Tanto rumore per nulla: la riforma dei medici di famiglia nata per riempire le oltre mille Case di comunità che apriranno in tutta Italia a fine giugno e di cui si parla da mesi – in realtà da anni e cioè già dai tempi dell’Esecutivo di Mario Draghi – non si farà. A rinunciarci è lo stesso Governo che, nonostante la sponda delle Regioni favorevoli all’unanimità, ha deciso di rimettere nei cassetti il decreto su cui il ministro della Salute Orazio Schillaci e i tecnici regionali lavoravano da settimane: il muro alzato dalla categoria che ha sempre “minacciato” di far sentire la sua voce tra i pazienti-elettori ha fatto prevalere le voci scettiche all’interno della maggioranza, per prima Forza Italia da sempre critica a una revisione, a cui si sono unite anche Fratelli d’Italia e ieri la stessa Lega. Ma a esprimere forti «dubbi» sarebbe stata la stessa premier Giorgia Meloni avvicinata a margine del consiglio dei ministri di giovedì scorso dal ministro Schillaci che tanto si è prodigato per la riforma. Uno stop che se confermato suonerebbe come una clamorosa retromarcia visto che era stata la stessa Meloni oltre un mese fa a spingere Schillaci ad andare avanti se ci fosse stato l’accordo delle Regioni, obiettivo che era stato raggiunto.

La riforma e la sua urgenza nasce dal fatto che a fine mese c’è l’appuntamento previsto dal Pnrr con l’apertura delle Case di comunità – maxi ambulatori sul territorio dove fare visite, esami e prevenzione per sfoltire un po’ anche gli accessi ai pronto soccorso – e al di là dell’apertura delle strutture (il target minimo è 1.038) c’è il nodo di come farle funzionare e soprattutto con quale personale. Dall’Europa sono arrivati due miliardi e quando ci saranno i controlli di Bruxelles, non solo sull’apertura ma anche sul loro funzionamento, sulla carta c’è il rischio che ci richiedano indietro i fondi. Schillaci e le Regioni nella loro ultima bozza di decreto avevano immaginato a fianco all’attuale convenzione – i medici di famiglia sono liberi professionisti, quindi autonomi nella gestione del loro lavoro anche se convenzionati con il Ssn – di aprire a un canale residuale che prevedesse l’assunzione come dipendenti di un contingente di dottori da far lavorare nelle Case di comunità più sguarnite dove si devono garantire aperture sette giorni su sette almeno 12 ore al giorno. Ma anche l’ultima ipotesi più soft sulla dipendenza ha scatenato la reazione dei medici di famiglia convinti che la convenzione sia l’unica strada, tanto che già si ipotizza di lavorare subito alla prossima (quella 2025-2027) dove inserire un “obbligo” orario di 6 ore a settimana da spendere nelle Case di comunità. I tempi però sono davvero stretti – oltre alla firma della convenzione nazionale servono gli accordi regionali – e il rischio di un flop di queste strutture è ormai dietro l’angolo.

Ieri il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato (Fdi), che non ha nascosto i suoi dubbi sulla dipendenza, ha rassicurato sul fatto che le Case di comunità saranno «aperte nei tempi previsti, con la disponibilità condivisa dei medici di medicina generale». Le opposizioni invece sono insorte evocando l’ennesimo fallimento nella Sanità, con Mariolina Castellone (5 Stelle) che chiede di fare piena luce su «possibili conflitti di interesse» legati all’Enpam, l’ente previdenziale dei medici, che «gestisce miliardi» e «interviene su riforme che possono incidere sui propri equilibri economici e contributivi».

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