Dopo mesi di riabilitazione intensiva, quattro giovani paralizzati per una lesione completa e cronica del midollo spinale sono tornati a camminare. Non avevano più alcun controllo sui muscoli delle gambe, ma ora, anche se con l’uso di un deambulatore, riescono ad alzarsi dalla sedia a rotelle e a spostarsi. Questo risultato eccezionale è stato reso possibile da una nuova tecnica italiana, messa a punto nel laboratorio di neuroprotesi modulari impiantabili (Mine), nato dalla collaborazione tra Università Vita-Salute San Raffaele di Milano e Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e attivo presso l’Irccs ospedale San Raffaele.

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I giovani coinvolti

Si tratta della prima volta in cui questa innovativa tecnica, chiamata dai ricercatori Trunk-mediated control (Tmc), o controllo mediato dal tronco, viene sperimentata. I primi a trarne vantaggio sono stati quattro giovani italiani di meno di 35 anni, tre uomini e una donna. Due sono lombardi, uno marchigiano e uno umbro. Uno di loro, Nicolò, 21 anni a ottobre, è stato tedoforo alla cerimonia di apertura delle Paralimpiadi invernali di Milano-Cortina.

I progressi sono stati significativi. Il punteggio WISCI II, utilizzato per valutare la capacità di cammino nelle persone con lesione midollare, è passato per tutti da 0 a 9. Tre di loro hanno raggiunto la capacità di stare in piedi a lungo aiutandosi con una sola mano, mentre usavano l’altra per piccole attività quotidiane. Uno di loro ha addirittura percorso 132 metri in 42 minuti senza intervalli e tutti sono riusciti a camminare anche affrontando curve, pendenze e superfici esterne irregolari.

La nuova tecnica

Il processo che ha dato ai quattro la possibilità di tornare a muovere le gambe si basa su uno stimolatore midollare già disponibile in commercio, che viene attivato da una lieve estensione del tronco, in media di circa nove gradi. Questo movimento modifica la risposta alla stimolazione e favorisce il passaggio dall’estensione della gamba, necessaria per sostenere il peso corporeo, alla flessione coordinata di anca, ginocchio e caviglia necessaria per avanzare il passo.

Grazie a questa strategia, quindi, è il paziente stesso, attraverso il movimento del busto, a contribuire in modo volontario e immediato al controllo della locomozione. Non sono dunque stati necessari impianti cerebrali, né sensori esterni o algoritmi di decodifica. I dettagli sono illustrati in uno studio pubblicato sulla rivista Med-Cell Press.

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