In un Consiglio europeo partito sull’onda del buon vento del G7, Giorgia Meloni è costretta ad affrontare la bufera dei nuovi pesanti insulti di Donald Trump, che fanno passare in secondo piano le altre partite giocate dalla leader con gli alleati europei. In primis quella sull’immigrazione.
Perché il vertice di Bruxelles ieri si era aperto con l’ennesima riunione preliminare del gruppo di lavoro informale copresieduto dalla premier italiana con la collega danese Mette Frederiksen e il primo ministro olandese Rob Jetten. Incontro al quale, come riferito da Palazzo Chigi, Meloni ha sottolineato la necessità di passare rapidamente dalla definizione delle nuove regole europee su migrazione e asilo alla loro concreta attuazione, a partire dal regolamento rimpatri.
Lettera di 19 leader rilancia il «modello Albania»
Richiamando la lettera congiunta inviata giovedì insieme a Frederiksen e altri 17 capi di Stato e di Governo Ue (assenti la Germania e la Francia), la presidente del Consiglio ha evidenziato l’importanza di avviare subito progetti pilota concreti e replicabili. È la strada per lanciare ufficialmente il modello Albania, se è vero che la discussione tra i leader «ha fatto emergere l’interesse a valutare anche ipotesi di centri di rimpatrio congiunti in Paesi terzi». Hub europei, non solo nazionali, contro cui si scaglia il presidente francese: «Non ho mai visto un centro di rimpatrio in un Paese terzo che funzioni davvero».
Le mosse del fronte del pugno duro nei confronti dei migranti irregolari
Al summit, insieme a Italia, Danimarca, Paesi Bassi e Commissione europea, hanno preso parte Austria, Belgio, Bulgaria, Germania, Grecia, Polonia, Malta, Repubblica Ceca, Slovenia, Svezia e Ungheria. Il fronte del pugno duro nei confronti dei migranti irregolari ha espresso il suo plauso per i risultati degli ultimi mesi, tra cui l’istituzione della lista europea dei Paesi di origine «sicuri», il concetto di Paese terzo «sicuro», l’adozione della dichiarazione di Chisinau, l’accordo politico sul nuovo Regolamento Rimpatri e l’inserimento di un riferimento al sostegno finanziario dell’Ue per le «soluzioni innovative» in materia migratoria nell’ambito dei negoziati sul prossimo Quadro Finanziario Pluriennale 2028-2034. I 14 Paesi hanno di nuovo rimarcato la preoccupazione per le possibili conseguenze migratorie derivanti dall’evoluzione della crisi in Medio Oriente e la necessità di iniziative per garantire una risposta europea efficace e tempestiva.
Ma in Consiglio le obiezioni non sono mancate. Nel confronto di giovedì sera sul tema tra tutti i Ventisette è andato in scena uno scontro tra Meloni e il premier spagnolo Pedro Sánchez, appena qualche ora dopo l’alleanza trovata tra i due capi di Governo sulla difesa dei fondi per la Coesione. «Una discussione, non uno scontro», hanno precisato fonti diplomatiche dell’Europa del Sud, nel corso della quale Sánchez ha opposto all’esempio italiano quello spagnolo: politiche caratterizzate da regolarizzazioni di migranti, ritenute «positive» per l’economia nazionale: l’anno scorso gli arrivi irregolari in Spagna sono calati del 27%». Sánchez ha anche voluto chiarire che si tratta di una «competenza nazionale».

