Annunciato dall’insopportabile brusio dei social, alla fine se n’è andato davvero. Era stanco, non ne poteva più. Franco Baresi, 66 anni, indimenticabile capitano del Milan, considerato uno dei migliori difensori della storia del calcio, è morto nella notte all’Humanitas di Rozzano, alle porte di Milano, dopo un nuovo peggioramento. Quasi un anno fa, Baresi era stato operato per la rimozione di nodulo polmonare. Sembrava si fosse ripreso, tanto che lo scorso febbraio, insieme a Beppe Bergomi, rivale di mille derby, aveva portato a San Siro la torcia Olimpica dei Giochi invernali di Milano-Cortina. Smagrito, con quel sorriso un po’ malinconico che lo ha sempre caratterizzato, aveva commosso tutti. Si vedeva che soffriva, che teneva duro, come aveva sempre fatto nella sua vita, fin da quando, adolescente, era rimasto orfano di entrambi i genitori.
Un accanimento della vita che si ripeterà anche nel 1981: già titolare nel Milan, venne infatti colpito da una grave infezione del sangue che lo costrinse a un lungo ricovero e alla sedia a rotelle. Ma dopo quattro mesi, tornò in campo. Completamente guarito. I tifosi rossoneri, che lo chiamavano “Piscinin” (soprannome coniato da Gianni Brera, perché da giovane non aveva un fisico da granatiere), lo acclamarono come un veterano. Avevano già capito che sarebbe diventato il simbolo, il simbolo dell’attaccamento alla maglia. “Il Capitano” che, quando il Milan fu retrocesso nel 1980 (per lo scandalo del Totonero), decise di seguirlo in B. Una fedeltà inossidabile messa di nuovo alla prova quando nel 1982 la società rossonera fu ancora retrocessa per demeriti sportivi. Ma Baresi, già campione del mondo con l’Italia nel 1982, nonostante le mille offerte, scelse di restare. Era un periodo buio e tempestoso per il Milan, Berlusconi era di là da venire, ma proprio in quel periodo il Piscinin divenne il Capitano, fascia che avrebbe poi indossato per quindici stagioni. Quando nel 1997 si ritirò, dopo aver vinto tutto quello che si poteva vincere, il Milan ritirò anche la maglia numero 6, un onore riservato ai giocatori più carismatici che hanno segnato la storia del club.
Nato a Travagliato, paese in provincia di Brescia, l’8 maggio 1960, Baresi ha trascorso tutta la sua vita al Milan. Come Gianni Rivera, altra bandiera, con il quale condivise lo scudetto del 1979, quello della Stella, Franco non poteva nemmeno pensare di andare altrove. Era di un’altra pasta, pasta del capitano scherzavano i tifosi, una pasta ormai non più in circolazione. Il Milan per lui era la sua casa. Cresciuto con gli zii, come il fratello Beppe (che poi invece andò all’Inter), Baresi nell’ambiente rossonero aveva trovato il suo centro di gravità, le sue radici, il suo futuro.
Leader del Milan degli Invincibili
E la sua fedeltà fu premiata perché quando nel 1986 Silvio Berlusconi, rilevandolo da Giusy Farina, fece del Milan la squadra degli “Invincibili”, Baresi ne divenne il leader indiscusso, anche se in quel gruppo c’erano dei giocatori memorabili come i tre olandesi (Gullit, Van Basten, Rijkaard), Roberto Donadoni, Carlo Ancelotti, Paolo Maldini, Mauro Tassotti, Filippo Galli, Daniele Massaro, Pietro Paolo Virdis e tanti altri che fecero diventare il Milan uno dei club più vincenti e conosciuti nel mondo. Una corazzata guidata da Arrigo Sacchi e poi da Fabio Capello che spazzò via i vecchi vizi del calcio italiano. Un vento impetuoso che rovesciò lo schema: non siamo noi che dobbiamo adattarci agli avversari, ma sono gli avversari che devono adattarsi a noi, ripeteva come un martello Sacchi. Non importa chi siano. Noi dobbiamo occupare il campo, chiudergli gli spazi, imporre il nostro gioco. Arrigo prese la linea difensiva del Milan di Liedholm, già impostata a zona, facendola diventare una diga che, alzandosi, metteva fuori gioco gli avversari. E Baresi di quella difesa, nonostante Sacchi all’inizio lo avesse bacchettato, divenne il capo indiscusso. “Devi fare come Signorini”, diceva Arrigo mostrandogli in un video i movimenti del libero genoano. Schermaglie che finirono presto perché il Capitano, pur umile, era il Capitano. A un suo segnale – bastava che alzasse un braccio – tutta la difesa scattava in avanti. A tanti non piaceva. “Condiziona gli arbitri che fischiano subito il fuorigioco” dicevano gli avversari. Ma quel Milan era uno tsunami e lo si vide quando il 19 aprile 1989 travolse (5-0) il Real Madrid a San Siro nella semifinale di Coppa dei campioni. Una partita spartiacque che segna un prima e un dopo. Era la prima volta che una squadra italiana umiliava così sfacciatamente un avversario formidabile come il Real Madrid. Nessuna tatticismo, nessun contropiede: un dominio totale che segnò la fine di una mentalità (primo non prenderle) per aprirne un altro totalmente nuovo che aveva un solo obiettivo: giocare bene e vincere. Costi quel che costi. Non tutto poi andò secondo i piani, ci furono anche le sconfitte, l’addio di Sacchi e l’arrivo di Capello, però con quel Milan Baresi ha vinto sei campionati italiani, tre coppe dei Campioni/Champions League, due Supercoppe Uefa, quattro Supercoppe italiane e due Coppe Intercontinentali.
Il Capitano fisicamente non era un colosso. E per molti anni si raccontò che fosse stato scartato dall’Inter perché “troppo gracile”. Baresi poi spiegò che non fu realmente bocciato dopo un provino, ma che un osservatore nerazzurro, per un malanno, non lo convocò. E così Franco fu invece accolto nelle giovanili rossonere. Comunque, era vero: non era un colosso, come sono adesso i legnosi difensori moderni. Però Baresi aveva una grinta e una intelligenza tattica, unite a una tecnica eccellente, che lo fecero diventare un campione assoluto oltre che il miglior interprete della difesa a zona.

