L’appuntamento è questa mattina alle 9.30 in via Flavia. Sulla crisi della Natuzzi, sono stati convocati negli uffici del Ministero del Lavoro azienda, sindacati, rappresentanti della Regione Puglia e della Basilicata, alla presenza del consigliere del Ministro delle Imprese e del made in Italy. Nuova riunione definita «decisiva», per gli sviluppi della complessa vertenza e il futuro prossimo del gruppo. Ad un eventuale accordo sulla cassa integrazione, è subordinata la prima convocazione il 27 maggio al Mimit del tavolo permanente dedicato allo storico marchio di arredo, annunciato dal ministro Adolfo Urso. In attesa poi degli sviluppi dell’istanza dell’azienda di accesso al fondo di Salvaguardia di Invitalia e l’eventuale procedura di composizione negoziata della crisi.
Cassa integrazione all’80%
In un quadro progressivamente peggiorato, sul tavolo delle trattative ora c’è l’ultima richiesta della proprietà di una cassa integrazione straordinaria all’80% per i dipendenti dell’impresa capofila del distretto del divano dell’Alta Murgia. Cassa integrazione e incentivi all’esodo per quasi 500 dipendenti più vicini alla pensione. Una prospettiva in questi termini bocciata come «irricevibile» dai Cgil, Cisl, Uil e Ugl, che sempre questa mattina saranno ascoltati alle 10.30 dalla Commissione Attività produttive della Camera (dopo l’audizione della Regione Sardegna sulla crisi della Ceramica mediterranea spa).
Il destino del distretto del divano
Dopo mesi di stallo, manifestazioni e di crescente tensione, Santeramo in Colle, nel barese, attende con ansia gli sviluppi di questa giornata: i destini del gruppo Natuzzi, fondato nel 1959 da Pasquale Natuzzi, sono infatti anche i destini di quasi mille dipendenti, molte delle quali donne, con poche possibilità di trovare nel territorio una nuova occupazione, «se non in un sottobosco di laboratori in nero», denunciano. E da tempo la crisi Natuzzi pende come una spada di Damocle sulle altre 600 piccole e medie imprese del distretto.
Proposte e mobilitazioni
Se nei mesi scorsi si discuteva di piano industriale, ora un ulteriore calo degli ordini, le oscillazioni del titolo a Wall Street e pure il quadro geopolitico internazionale hanno reso ancor più cupo l’orizzonte prossimo del gruppo. Per questo la necessità ora – raccontano fonti vicine al dossier – è diventata «mettere in sicurezza l’azienda, dotarla di strumenti di tutela dei lavoratori e intervenire su questioni occupazionali». L’azienda ha chiesto al Ministero del Lavoro di innalzare fino all’80% l’accordo sulla cassa integrazione straordinaria, attualmente tra 45 e 60% in alcune condizioni. E gli operai raccontano di avere già un calendario di lavoro con turni «solo giovedì e parte di venerdì», a conferma – a loro dire – dell’intenzione di spostare ulteriori pezzi di produzione in Romania. Insieme alla cigs, si discute di uscite volontarie: l’azienda ha da ultimo innalzato a circa 50mila euro gli incentivi, «ma a piccole rate in cinque anni e licenziandosi, quindi senza accesso alla Naspi», è la contestazione dei sindacati, pronti a nuove forme di mobilitazione dopo gli scioperi a scacchiera delle ultime settimane tra gli stabilimenti.
I nodi del gruppo
Tra Roma, Bari e Santeramo in queste ore si riflette su numeri e scenari: 500 uscite e una cigs all’80% permetterebbero di guadagnare tempo, per affrontare tutte le questioni strategiche e strutturali del gruppo, dalla riorganizzazione al managment al marketing, per attraverso tempi ben diversi da quelli degli inizi di Pasquale Natuzzi . Nella speranza poi che nuovi ordini e un più sereno contesto internazionale possano rendere meno tempestose le acque per l’azienda. In caso di accesso alle procedure di composizione negoziata della crisi, il cda sa di avere davanti a sé 180 giorni e poi eventuali altri 180, per portare la Natuzzi su binari più sicuri.

