Insulti durissimi a Giorgia Meloni, anzi irripetibili, sono partiti oggi da Vladimir Solovyev, giornalista vicino a Vladimir Putin e potente megafono della propaganda russa. Nel corso della sua trasmissione televisiva, l’anchorman si è scagliato contro la premier. La tempistica non è casuale: il 15 aprile il leader ucraino Volodymyr Zelensky è tornato in Italia dopo quattro mesi, ricevuto prima a Palazzo Chigi e poi al Quirinale, ottenendo di nuovo la garanzia del pieno e fermo sostegno di Roma a Kiev e concordando l’avvio del “Drone Deal” per la produzione di droni.
Le accuse di tradimento
Nel corso di un intervento dedicato ai leader europei, Solovyev ha definito Meloni «fascista» e l’ha apostrofata con il termine «puta» (“prostituta”), accusandola di aver tradito i propri elettori e il presidente statunitense Donald Trump. La vicenda è stata ripresa da diversi canali social russi, dove circolano estratti video e commenti.
Gli attacchi del 2023
Solovyev non è nuovo agli improperi. Già a marzo del 2023, il conduttore aveva alzato i toni dandole dell’«idiota patentata», epiteto che usa spesso. «Su, forza, signora – aveva esordito, trasmettendo un discorso di Meloni sulla pace –. Sono sepolti anche militari italiani sulla terra russa. Quei italiani che conosco io maledicono politici come questa, che portano il popolo italiano in un’altra guerra». Poi ancora: «Meloni, hai mica voglia di andare a camminare per le vie di Donetsk, vedere Lugansk. Cedere come i tuoi amici fascisti. Forse te ne sei dimenticata. Meloni, cosa significa la parola fascisti. Sei venuta dai fascisti. Zelensky è fascista».
Gli insulti alla dem Picierno
Altre italiane sono finite nel mirino di Solovyev. Una in particolare: la vicepresidente dem del Parlamento europeo, Pina Picierno, un anno fa era stata pesantemente aggredita, sempre per la sua costante vicinanza alle sofferenze del popolo ucraino. «La sua bocca puzza di tirannia», aveva attaccato, invitato da Massimo Giletti. «Vergogna della razza umana, bestia, idiota patentata». Una violenza verbale condannata da tutto il Pd come «intimidazione».

