È l’altra faccia e l’effetto indesiderato dell’e-commerce, l’overpackaging. Ossia pacchi e imballaggi sovradimensionati, cartone in eccesso e materiale di riempimento che finiscono nelle case di chi acquista online. Elementi che diventano rifiuti e devono poi essere smaltiti.

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La ricerca della Liuc

A fare il punto su questo aspetto è una ricerca del Green Transition Hub della Liuc Università Cattaneo, realizzata con Tecniche Nuove, in cui viene evidenziato che l’overpackaging «è soprattutto una risposta difensiva all’incertezza dovuta alla scarsa integrazione e collaborazione della filiera».

«Dati di prodotto non sempre affidabili, tempi di evasione di poche ore e ordini sempre diversi – premette Alessandro Creazza direttore del Green Transition Hub della Liuc università Cattaneo e professore associato di logistica e Supply chain management – spingono gli operatori a scegliere la soluzione cautelativa del “caso peggiore” ».

Fenomeno noto ma poco misurato

Un fenomeno noto, ma poco misurato «e quasi assente dai contratti» come sottolinea lo studio. L’e-commerce vale oltre il 23% delle vendite retail mondiali e, secondo Statista, potrebbe superare i 5mila miliardi di dollari entro il 2030, con una crescita vicina al 9% annuo. Milioni di prodotti viaggiano confezionati uno per uno. In oltre metà delle spedizioni l’aria supera il 25% del volume e ogni anno si consumano 150mila tonnellate di cartone superfluo, per un costo di oltre 31 milioni di euro. Anche le regole stanno cambiando. «Dal 2030 il Regolamento europeo PPWR limiterà al 50% lo spazio vuoto negli imballaggi di trasporto – sottolinea lo studio – e fisserà al 40% la quota minima di imballaggi da trasporto riutilizzabili».

Dallo studio, svolto in due parti con interviste a manager di aziende della filiera logistica dell’e-commerce e poi a imprese del settore, emergono alcuni aspetti su cui, come sottolinea il docente universitario, si può lavorare per invertire la rotta. Secondo lo studio non è scarsa precisione ma «gestione del rischio». «L’aria si spedisce, ma non si misura – emerge ancora dallo studio -. Due imprese su tre non misurano l’overpackaging. Solo una su quattro monitora il rapporto tra volume del collo e volume del prodotto, la metrica più vicina a quella del PPWR». Inoltre «il 74% delle imprese non ha alcun Kpi sull’imballaggio nei contratti di fornitura di servizi logistici, e meno di una su dieci (9%) lo lega a penali o incentivi. Il costo dello spazio vuoto esiste, e con le tariffe peso-volumetriche ricade sul committente. Corrieri e operatori logistici lo vedono ogni giorno, ma non sono incentivati a intervenire». C’è poi un altro aspetto: «La filiera lavora a compartimenti stagni. Chi vede lo spreco non decide, chi decide non lo vede».

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