Alla riforma del pubblico impiego appena approvata in via definitiva dal Senato (86 sì e 59 no) l’ambizione non manca. Il disegno di legge intitolato al «merito» è arrivato al traguardo a un anno esatto dall’approvazione in consiglio dei ministri, e senza modifiche importanti al testo portato a Palazzo Chigi dal ministro per la Pa Paolo Zangrillo il 30 giugno 2025.

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Sei decreti attuativi entro l’anno

In questo calendario stretto c’è il segno di un investimento politico, che ora andrà mantenuto perché l’esperienza insegna che la sorte dei tentativi di cambiare premi e carriere nell’amministrazione pubblica si gioca dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale delle regole riscritte. Il lavoro tecnico preliminare sui sei provvedimenti attuativi previsti per disciplinare sistemi di valutazione e percorsi di carriera e per aggiornare il regolamento della Scuola nazionale dell’amministrazione è già stato compiuto, per arrivare al 1° gennaio prossimo con tutto il quadro normativo in vigore. Poi inizierà la partita vera, che si giocherà nei singoli enti pubblici.

Alle oltre 123mila unità organizzative in cui sono articolate le 10mila Pa italiane la riforma propone ingredienti del tutto inediti accanto al rilancio di criteri fin qui già tentati in passato ma con scarso successo. In sintesi estrema, le nuove regole puntano a tre obiettivi, intrecciati fra loro: utilizzare i meccanismi premiali nella loro funzione propria, che è di incentivare impegno e risultati e non di distribuire extra a buste paga certo non ricche, permettere a chi si mostra più attivo di candidarsi a una crescita professionale che non impone il solo concorso come via d’accesso alla dirigenza, e costruire un sistema di controllo davvero indipendente nelle valutazioni. «Con questa legge mettiamo finalmente le persone al centro – sostiene il ministro per la Pa Paolo Zangrillo -. Non introduciamo soltanto nuove regole, ma promuoviamo un nuovo approccio culturale che riconosce il merito, premia i risultati e offre reali opportunità di crescita a chi lavora nelle nostre amministrazioni».

Tra le tante sollecitazioni alla base della riforma c’è la relazione con cui nel 2024 la Corte dei conti (delibera 62/2024 della sezione centrale di controllo sulle amministrazioni dello Stato) ha mostrato che nei ministeri il 92% dei dipendenti era stato considerato eccellente, e si era visto quindi riconoscere i premi individuali più alti. Da tempo i contratti nazionali del pubblico impiego chiedono di riservare le pagelle più brillanti a «una quota limitata» di personale. Ma sul punto la loro applicazione non è stata letterale.

Tetto al 30% sui punteggi apicali

Per questo il disegno di legge approvato ieri riporta nella normativa primaria il parametro delle quote, senza però addentrarsi in un sistema articolato come le «tre fasce» di merito tentate nel 2009 e poi archiviate dopo lunga e vittoriosa resistenza da parte delle Pa. La nuova regola è più semplice, e spiega che in ogni ufficio «non possono essere attribuiti punteggi apicali in misura superiore al 30% delle valutazioni effettuate per ciascuna categoria o qualifica». L’eventuale «bonus annuale delle eccellenze», che ogni ente può attribuire per premiare meriti particolari, non potrà abbracciare più del 20% di queste «valutazioni apicali»: in sostanza andrà assegnato al massimo al 6% dei dipendenti (il 20% del 30%).

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