La digitalizzazione del costruito entra sempre più stabilmente nell’agenda delle amministrazioni pubbliche. È il messaggio uscito dall’incontro promosso il 15 aprile dal Cnel, dall’agenzia del Demanio e Centro italiano per l’innovazione digitale nelle costruzioni, con al centro il rapporto tra tecnologie, gestione degli immobili pubblici e valorizzazione del patrimonio culturale e sociale. Il passaggio chiave della giornata è stato la presentazione ufficiale del Cidic, nuova associazione scientifica multidisciplinare che mette insieme esperti, università e centri di ricerca con l’obiettivo di accompagnare la transizione digitale nel settore delle costruzioni. Sul tavolo, in controluce, c’è un tema che le amministrazioni conoscono bene: usare dati, modelli digitali e nuovi strumenti per migliorare conoscenza degli immobili, progettazione, manutenzione e tempi di intervento. Un percorso non sempre facile, come sanno tecnici e operatori.
Brunetta: rivoluzione epocale
Ad aprire i lavori sono stati il presidente del Cnel Renato Brunetta e la direttrice dell’Agenzia del Demanio Alessandra dal Verme. Brunetta ha parlato di «rivoluzione epocale» legata alla digitalizzazione dell’ambiente costruito, sottolineando che «non è tanto una rivoluzione dell’informatizzazione e della progettazione», ma un cambio più profondo che riguarda tempi, gestione e manutenzione delle opere. Lo sanno bene le amministrazioni alle prese con cantieri che si trascinano per anni: «Se un’opera richiede dieci anni di cantieri, nell’opinione pubblica sono dieci anni di disagi», ha detto, avvertendo che così «si fanno prevalere la valutazione dei costi psichici, umani, ambientali rispetto ai benefici». Il presidente del Cnel ha richiamato anche la dimensione del patrimonio da gestire: «45mila beni demaniali e 46mila dimore storiche private», un insieme che può diventare «catalizzatore di crescita e sviluppo» se accompagnato da investimenti e organizzazione adeguata.
Dal Verme: responsabilità etica
Dal Verme ha riportato il discorso sul terreno operativo, legando la manutenzione al tema della «cura». «Si mantiene quando si cura qualcosa», ha spiegato, insistendo sulla responsabilità pubblica nella gestione del patrimonio. ««La nostra responsabilità innanzitutto etica, ancora prima di quella giuridica, è di curare il nostro patrimonio per creare valori». La digitalizzazione, ha aggiunto, è decisiva perché «aiuta sulla conoscenza, sulla qualità della progettazione e sulla gestione dell’immobile». Un passaggio chiave per un’Agenzia che gestisce «45mila immobili pubblici distribuiti su tutto il territorio». Nel ragionamento del Demanio pesa anche il cambio di approccio: «L’obiettivo è l’utente, non sono le mura», ha detto Dal Verme, richiamando la necessità di rispondere ai bisogni di territori e amministrazioni.
Il Centro Cidic
E’ su questo fronte che si inserisce il contributo del mondo della ricerca. «Siamo in un momento chiave che si capisce dalla velocità con cui le turbolenze arrivano», ha spiegato Berardo Naticchia, presidente del Cidic. «Non è solo digitalizzazione, è interconnessione globale». Da qui la necessità di cambiare approccio: «Dobbiamo assumere come riferimento la complessità» e «metterci al servizio del tessuto sociale». Travolti dall’accelerazione dell’intelligenza artificiale, il rischio segnalato è anche culturale. «L’errore più grande sarebbe far finta che non esista», ha detto, ma allo stesso tempo bisogna evitare «la perdita della titolarità culturale», cioè la capacità di rappresentare territori e comunità. Da qui la nascita del Centro: «Un organo transdisciplinare» capace di «colloquiare con le amministrazioni» e accompagnare le decisioni pubbliche.
Dalla teoria alla pratica
Il fronte operativo è stato richiamato dal Demanio. «La digitalizzazione non è solo un’abilitazione ma il fondamento del ciclo di vita degli immobili», ha spiegato Massimo Bollati, direttore per la trasformazione digitale. L’Agenzia rivendica un percorso già avviato: «Tutti i nostri progetti oggi vertono sulla metodologia Bim», ha detto, sottolineando anche lo sviluppo di modelli digitali e sperimentazioni sul campo. Il punto, però, è fare un salto in avanti: «Serve una direzione molto operativa», ha avvertito Bollati, perché la rete tra università e istituzioni «ha valore se produce modelli, progettualità e indirizzi chiari». Al centro resta il tema delle competenze: «Le competenze digitali non devono essere un’abilitazione, ma fondamento della professione». E ancora: «Serve un linguaggio comune», altrimenti la complessità rischia di restare ingestibile. A valle, torna il nodo della conoscenza del patrimonio. «Non possiamo valorizzare ciò che non conosciamo», ha ricordato il consigliere del Cnel Massimo Giuntoli. Il dato di partenza è noto: «Abbiamo più di 2 milioni di siti ante 1900», un patrimonio enorme che richiede manutenzione continua. «Quando si dice che un edificio è finito, in realtà è da lì che inizia a vivere», ha osservato. Il ritardo passa anche dalle competenze. «In Italia gli architetti che conoscono il Bim sono circa il 50%», mentre in altri Paesi europei le percentuali sono più alte. E pesa la struttura del mercato: «Gli studi di progettazione hanno in media meno di due addetti», un limite che rende più difficile adottare strumenti digitali avanzati.

