Erano anni che non si sentiva parlare di stagflazione, una parola uscita dal vocabolario politico da vero residuato degli anni settanta. Nacque quando le economie europee, ma soprattutto quella italiana, riuscirono nella difficile impresa di andare male in due modi diversi contemporaneamente: con i prezzi che salivano e con la crescita restava bassa o nulla. Un po’ come oggi, appunto. Allora la causa scatenante furono le crisi petrolifera del “73 e poi del ”79, oggi è l’aggressione russa all’Ucraina nel 2022 e il blocco dello Stretto di Hormuz.
Per i banchieri centrali la stagflazione è un mal di testa particolare, perché gli strumenti classici per combattere l’inflazione tendono ad aggravare il rallentamento economico, e viceversa. In sostanza, è la situazione in cui non esiste una buona mossa.
All’Eurogruppo informale di Nicosia, a Cipro, Il presidente, Kyriakos Pierrakakis, ha parlato apertamente di “pressione stagflazionistica”, dicendo però che l’Europa “resta resiliente” e che la Commissione europea sta preparando misure “temporanee, mirate e specifiche”, sul modello di quelle adottate nel 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina.
Ma Pierrakakis ha insistito soprattutto su un punto: la risposta dei governi non deve trasformare la crisi energetica in una crisi dei conti pubblici. In sostanza: no a trasferire la crisi di oggi in debito futuro con interventi generalizzati sui prezzi dell’energia. Tanto più in un momento di forte instabilità dei mercati obbligazionari.
La presidente della Bce, Christine Lagarde, ha sostenuto una linea simile. Da settimane la Banca centrale europea insiste sul principio delle “tre T”: gli aiuti pubblici devono essere ‘temporary’, ‘targeted’ e ‘tailored’, cioè temporanei, mirati e specifici. Secondo Lagarde, misure troppo ampie o permanenti rischierebbero di ostacolare la politica monetaria della Bce, che per ora mantiene un atteggiamento prudente sui tassi ma teme effetti di secondo livello, cioè che una spirale prezzi-salari trasmetta stabilmente pressione inflazionistica all’economia.
Anche la Commissione europea ha criticato molte delle misure adottate finora dai governi, sostenendo che gran parte degli interventi non siano abbastanza selettivi. Secondo Bruxelles, circa tre quarti degli aiuti introdotti negli ultimi mesi sarebbero stati spesi in modo “non mirato”, per esempio attraverso tagli generalizzati alle accise o ad altre imposte sui carburanti, invece che concentrati sulle famiglie più vulnerabili o sulle imprese energivore.
Dentro questa discussione l’Italia è stata il paese più attivo nel chiedere maggiore flessibilità fiscale. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha sollevato il tema durante la riunione, anche sulla base di una lettera inviata dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni alla Commissione europea. Il commissario all’Economia Valdis Dombrovskis ha detto che l’Italia è il paese che “con maggiore coerenza” (ma non era inteso come complimento) sta chiedendo nuovi margini di flessibilità per affrontare il caro energia.
Per ora non sembra esserci un consenso tra gli altri Paesi su un allentamento generale delle regole di bilancio. Dombrovskis ha spiegato che la Commissione sta valutando le opzioni disponibili dentro il quadro fiscale attuale, ma ha anche ribadito che gli interventi dovranno restare temporanei e compatibili con la sostenibilità del debito pubblico. È un punto particolarmente sensibile per l’Italia: secondo le ultime previsioni europee, il prossimo anno il rapporto debito-Pil italiano dovrebbe diventare il più alto dell’Unione europea, mentre la crescita economica resterà tra le più basse dell’eurozona.

