I negozi che puntellavano il decumano di Amatrice – 10 anni dopo – bisogna ancora immaginarli, intorno all’antica torre civica rimasta in piedi e ai pilastri del futuro Municipio che cominciano ad innalzarsi. A Castelluccio di Norcia, sparite strade e palazzine, anche i turisti più abituali cominciano ad avere dubbi su dove fossero esattamente ristoranti e botteghe, prima. Prima che le scosse del 24 agosto 2016 e poi del 30 ottobre – con uno sciame sismico proseguito per mesi – colpissero al cuore il centro Italia, trasformandolo nel più grande cratere e cantiere d’Europa. Si festeggia la riapertura del primo hotel sul corso di Norcia, mentre dall’altra parte dei Monti Sibillini, nel maceratese, degli alberghi con danno grave nessuno è tornato ad avere ospiti. Ma le gru – aumentate nell’ultimo biennio in questa parte di Appennino tra Lazio, Umbria, Marche e Abruzzo – sono il segno di un movimento diventato ripresa e Pil. Con un balzo dei contratti di lavoro e del valore aggiunto del cratere. Così alla vigilia della commemorazione delle 299 vittime, ruderi e cantieri convivono fianco a fianco.
Il Pil del Cratere
Nei 138 Comuni colpiti dal sisma esiste un’economia della ricostruzione e spinta dalla ricostruzione. L’anno scorso sono stati 106.116 – dati Ministero del Lavoro – i contratti attivati. Non è solo il traino dell’edilizia, primo settore nei comuni più distrutti (Amatrice, Arquata del Tronto, Accumoli), ma quarto in tutta l’area. In testa, ci sono servizi (18.819 attivazioni), alberghi e ristoranti (17.949), sanità e istruzione (17.585). Nel 2025, le risorse liquidate dal programma NextAppennino alle imprese (154,9 milioni) sono più che raddoppiate.
E il valore aggiunto del cratere – 15.959 milioni stima il Cresme – cresce più della media nazionale, calcola la struttura commissariale per Il Sole 24 Ore. La quota principale nelle Marche, anche se le provincie di Fermo e Macerata, col distretto delle calzature, sono in sofferenza per dazi e guerra. In Umbria, nei comuni danneggiati, le imprese artigiane scendono da 489 del 2015 a 411, ma con più addetti. Nell’insieme, 10 anni dopo il sisma, la fotografia economica scattata dalla struttura commissariale parla di 1,49 miliardi di Pil aggiuntivo e 9.841 occupati generati dai progetti in corso a marzo 2026 – effetto degli investimenti, della forte iniezione prevista dal Pnrr col NextAppennino (Macromisura B di 560,5 milioni) e della sinergica attività di ricostruzione – con previsioni di ulteriore crescita (3,87 mld di Pil e 15.298 occupati). «Dati confortanti, l’Appennino centrale sta costruendo una nuova traiettoria di crescita. L’aumento del Pil, dell’occupazione e degli investimenti dimostra che la ricostruzione può e deve essere una leva di crescita, alla quale va accompagnata la riparazione economica e sociale. Attraverso questa strategia organica possiamo contrastare lo spopolamento e trasformare l’Appennino centrale in un laboratorio», commenta Guido Castelli, commissario straordinario alla ricostruzione, a cui il territorio rivolge ancora molte richieste.
Amatrice
Una è stata accolta dal Consiglio dei ministri il 5 agosto, col decreto che destina il 5% delle risorse ai centri più colpiti, il 4% agli altri. «Porta agevolazioni che avevamo chiesto per sostenere un’economia che stenta; incentiverà gli investimenti», auspica Giorgio Cortellesi, sindaco di Amatrice, che individua nella notorietà del borgo la leva di sviluppo. Intorno ai famosi ristoranti, a imprese storiche – «come il caseificio Petrucci per il pecorino o il salumificio Sano di Accumoli per il guanciale» – o intorno a quelle che si sono rafforzate dopo il sisma, come «Fragole ad alta quota». E poi «c’è l’economia della ricostruzione», come la definisce Cortellesi: l’indotto dei cantieri ora, in prospettiva l’effetto «delle nuove infrastrutture». Che restano la priorità di tutta l’area, per riportare più agevolmente i visitatori del passato, in queste queste piccole comunità, ancora impegnata a ritrovarsi in assenza di spazi di ritrovo.
Norcia e Valnerina
Come per Amatrice, anche per la Valnerina in Umbria, la storia ha garantito la sopravvivenza nell’ultimo decennio «buio: eravamo naufraghi, ora vediamo un faro», è la metafora di Vincenzo Bianconi dopo la riapertura dell’hotel – Casa Bianconi – e del ristorante di famiglia nel centro storico di Norcia. L’altro albergo, Salicone, è stato invece demolito e si «avvia a nuova vita nel benessere». Nel suo rinomato centro sportivo, però, sono tornate le squadre in ritiro, come «l’Ascoli salito in serie B, col traino dei suoi tifosi e del loro entusiasmo», racconta. Quanto perso da Norcia in ricettività, «l’ha guadagnato Cascia: sono stati potenziati il turismo dello sport, della natura e dei cammini. Abbiamo raddoppiato fatturato e accoglienza. E i dipendenti- racconta Paolo Armini, manager Hotel delle Rose (del Monastero di Santa Rita)- da 45 sono saliti a 67». Alberghiero e agroalimentare, un tutt’uno. Così anche se i flussi turistici non sono ancora quelli di dieci anni fa – 392mila presenze nel 2015 in Valnerina, 379mila l’anno scorso – i produttori di salumi o lenticchie confermano che «il giro d’affari è uguale». All’Antica Norcineria F.lli Ansuini- 4 generazioni e uno stabilimento distrutto – «la produzione non si è mai fermata», conferma Walter. E proprio per la loro fama «non sono calate le vendite» delle lenticchie di Castelluccio, assicura Paolo Coccia della Cooperativa dei produttori del borgo distrutto. «Le botteghe ora sono nel centro commerciale Deltaplano e si barcamenano», racconta. Non è la stessa cosa passeggiare in antiche stradine o in una sia pur avveneristica struttura. «La ricostruzione del borgo – sospira Coccia – è però partita».

