In Italia il turismo accessibile e inclusivo può essere ricondotto a circa 9 milioni di arrivi e 38,6 milioni di presenze, pari a circa l’8,3% delle presenze turistiche nazionali. Applicando il moltiplicatore SRM di 138 euro di valore aggiunto per presenza, il segmento può generare circa 5,3 miliardi di valore aggiunto diretto. Considerando anche gli effetti indiretti e indotti sulle filiere territoriali – ricettività, ristorazione, trasporti, commercio, servizi, attività ricreative e culturali – il valore complessivamente attivato è stimato in circa 9,8 miliardi. Al Sud più di tre.
Numeri sorprendenti quelli della ricerca _ anticipata al Sole 24 Ore _ che Srm (Centro Studi collegato al gruppo Intesa Sanpaolo) presenta oggi in occasione della Bmta (Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico) 2026 che si tiene a Paestum fino a domenica.
Lo studio parte da una precisazione: il turismo accessibile non può più essere considerato una nicchia. Ma è una componente sempre più strutturale della domanda turistica, soprattutto di quella culturale. Inoltre, rappresenta anche una leva di trasformazione delle imprese e delle destinazioni. Un sondaggio, condotto su 1.000 imprese alberghiere indipendenti, mostra che il 44,5% degli operatori italiani ha già inserito l’accessibilità nel proprio orizzonte strategico. Nel Mezzogiorno questa quota scende al 38,2%. Le imprese che stanno già investendo in nuovi servizi sono nel Mezzogiorno il 10,3%, rispetto al 16,9% italiano. La quota già attiva con un’offerta innovativa è invece identica, pari al 6,5%. «Ma le intenzioni degli operatori _ precisa Salvio Capasso, responsabile di imprese e territori di Srm _ fanno prevedere un recupero».
L’accessibilità può anche favorire destagionalizzazione e distribuzione territoriale dei flussi. Una parte della domanda senior e dei viaggiatori con esigenze specifiche è meno interessata ai periodi di alta stagione e più orientata verso esperienze lente, sicure e organizzate. Inoltre, le persone con esigenze di accessibilità viaggiano spesso insieme a familiari, caregiver o gruppi. Piccoli musei, borghi, aree interne e siti archeologici meno congestionati possono intercettare questo tipo di clientela. Ma è necessario che la fruizione venga realmente resa possibile con infrastrutture adeguate e organizzata.
I dati Istat recentemente pubblicati individuano 4.677 musei e istituti similari aperti al pubblico in Italia. Si tratta di gallerie, aree e parchi archeologici, monumenti e complessi monumentali. Nel complesso, questi istituti hanno registrato nel 2025 circa 140,8 milioni di visitatori, a testimonianza della dimensione che la fruizione culturale assume già nel mercato nazionale. Nel Mezzogiorno la dotazione culturale assume un particolare rilievo. Gli istituti aperti al pubblico sono 1.176, pari al 25,1% del totale italiano, mentre le visite registrate nel 2025 ammontano a circa 30,2 milioni, il 21,4% del dato nazionale. Spicca soprattutto la componente archeologica: 149 aree e parchi archeologici, pari al 50,7% del totale italiano. Il maggior peso del patrimonio rispetto alla quota di visite segnala un potenziale di valorizzazione, soprattutto se l’offerta viene collegata a percorsi accessibili, servizi territoriali e itinerari capaci di coinvolgere anche i siti meno frequentati.

