«I cinesi sono già lì, pronti alla dogana, aspettano solo quello».
Previsione cupa, quella di Cristiano Palladini, Ceo di Tmc, 200 milioni di ricavi e 550 addetti, uno dei big nazionali della produzione di trasformatori.Che insieme ad altre aziende, così come ad associazioni italiane ed europee, sta cercando di contrastare l’arrivo dei dazi nei confronti dell’acciaio elettrico importato. Se a caldeggiare queste tutele è il maggiore produttore europeo di questo materiale, il colosso Thyssenkrupp, la filiera a valle, che lo utilizza per realizzare i propri prodotti, paventa il rischio di uscire dal mercato.«I consumi attuali di questo materiale – spiega l’imprenditore – sono oggi largamente superiori rispetto alla produzione europea e le aziende produttrici di trasformatori sono quindi costrette a comprare anche altrove. E se dovessero essere posti dazi sul materiale e sui semilavorati, la nostra capacità competitiva rispetto ai prodotti esteri verrebbe messa seriamente a rischio».Acquisti dall’estero crescenti che sono del resto ben visibili nei numeri di partenza dell’analisi di Bruxelles, che indica un più che raddoppio dei volumi di import negli ultimi 4 anni, da 120 a 250mila tonnellate. Esito naturale, spiegano i costruttori di trasformatori, di una domanda crescente sulla spinta dell’elettrificazione dell’economia, a fronte di una produzione continentale largamente inadeguata. Mentre Thyssenkrupp, citando proprio la pressione dell’import, alla fine dello scorso anno ha sospeso temporaneamente la produzione in due dei suoi siti francesi. Filiera ampia quella coinvolta dai trasformatori, stimata in 150mila addetti in Europa, per un giro d’affari di 11 miliardi, settore in cui l’Italia vanta una posizione rilevante, con il 20% della produzione totale. Comparto da anni in forte crescita, di pari passo con la spinta all’elettrificazione che sta attraversando l’intera Europa, svolta che richiede un uso sempre più capillare delle tecnologie di distribuzione e trasformazione. «L’acciaio elettrico pesa in media il 30% dei costi di produzione di un trasformatore – spiega Palladini – e se l’ipotesi che circola, quella di dazi al 50%, fosse confermata, le nostre aziende si troverebbero spiazzate, dovendo subire incrementi di costo nell’ordine del 10-20%».
Azione che nei confronti di Bruxelles viene portata avanti anche a livello più ampio, attraverso l’associazione T&D Europe (Trasformatori e Distributori, i fornitori delle tecnologie di rete nell’energia), che raccoglie 650 aziende, 450 fabbriche e 200mila addetti.«Una posizione condivisa chiara – spiega il segretario di Anie Energia Marco Vecchio – perché le motivazioni di questi dazi sono del tutto discutibili. Thyssenkrupp, che già da anni gode di una protezione legata all’inserimento in Europa del prezzo minimo all’import, non ha aumentato in questi anni in alcun modo la produzione e le nostre stime dicono che sul mercato mancano oltre 200mila tonnellate all’anno, volumi che le aziende devono evidentemente acquistare fuori dall’Europa. Ecco perché la nostra richiesta è quella di non inserire questi dazi. Oppure, in subordine, di porli anche sui prodotti finiti, che diversamente entrerebbero in Europa a condizioni di costo decisamente più vantaggiose».
La partita, avviata il 27 marzo con l’annuncio dell’avvio dell’indagine per possibili misure di salvaguardia, è ancora aperta e anche se le indicazioni informali ipotizzano un avvio di queste misure già da luglio, in realtà la Commissione ha ancora in corso una serie di visite tra le aziende che operano nel settore, per valutare la situazione sul campo. «Teniamo conto – sintetizza Palladini – che nel momento in cui l’Europa vira verso l’elettrificazione i trasformatori diventano un asset strategico, rilevante per lo sviluppo e l a transizione energetica: vogliamo consegnare alla Cina anche questo settore?».

