Coprire il capo delle donne o i loro capelli è storicamente al centro di dettami religiosi del mondo islamico e non solo.

Seppur per alcuni esperti nel Corano non è menzionata alcuna imposizione sull’uso del velo, in lingua araba più comunemente chiamato hijab, esso è da tempo al centro di polemiche talvolta infuocate in ambito politico e sociale sia nei paesi musulmani che in quelli occidentali. 

“Prendere il velo” (darabat al-hijâb) somiglia molto alla locuzione cattolica del “prendere i voti” per tutte coloro che intendono seguire la strada del noviziato e di Cristo. Nel mondo arabo è usato come sinonimo di “diventare moglie del profeta Mohammed” e le donne decidono di indossarlo come facevano le mogli del Profeta. Nel suo significato avrebbe a che fare con un’ “attitudine d’animo”, nonché con l’usanza di tenere il capo coperto in segno di pudore e di sottomissione a Dio, principi osservati, difatti, anche dall’ebraismo e dal cristianesimo. Per questo in molti paesi islamici si ritiene che il velo debba essere obbligatorio.

Tuttavia nei Paesi a maggioranza musulmana (arabi, asiatici, africani e persiani) troviamo donne musulmane che lo portano e altre che non lo fanno. Una volta dicono gli storici si usava per proteggersi da sabbia, vento o freddo.

Anche l’età in cui le ragazze iniziano a portare il velo varia da cultura a cultura e da Paese a Paese. In alcuni casi il velo inizia a essere indossato dopo il matrimonio, in altre dopo l’arrivo della pubertà, come parte di un rito di passaggio. In altre ancora, si smette di indossarlo dopo la menopausa.

Hijab, “velo” della donna musulmana (Getty Images)

Il velo che portano le donne musulmane può essere di vari modelli, colori e fantasie. Nella maggior parte dei casi si tratta di un tessuto che ricopre la testa e il collo, lasciando il viso scoperto, ma non è sempre così. Il velo cambia a seconda dell’area geografica e della religione che in essa predomina.

Nella maggior parte dei casi il velo ricopre alcune parti del corpo delle donne (capo, spalle, viso), e perfino interamente (vedi il burqa in Afghanistan) assumendo profondi significati sociali e religiosi. Ad oggi alcuni dei principali Paesi che richiedono di indossarlo obbligatoriamente (sia a livello di legge che per forte pressione sociale) sono l’Iran, l’Arabia Saudita, il Pakistan, l’Afghanistan, lo Yemen e alcuni Stati africani. 

Di tale obbligo, troviamo nel mondo musulmano (e anche occidentale) chi lo approva, considerandolo una manifestazione dell’identità religiosa, culturale e politica, ma anche chi lo critica e lo definisce un’espressione di misoginia e oppressione. In Francia, negli anni, sono stati molti gli esempi di imporre un limite all’uso del velo.

Metropolitana Iran velo

Metropolitana Iran velo (Roozdaily/Photo @readwith_yal)

Le tipologie di veli islamici nel mondo: dall’hijab al burqa

Il velo sembra trasmettere lo stesso messaggio al di là delle delle tipologie ma esso è in grado di trasmettere messaggi molto variegati a seconda della classe sociale, dell’età, della professione, del periodo storico e del contesto geografico in cui è indossato.

Ne esistono varie tipologie, che differiscono per stile e significato. Tra i più noti c’è l’hijab, un foulard che copre orecchie, nuca e capelli, comune in Europa, il chador, obbligatorio in Iran, di colore nero, che copre tutto il corpo fino a terra. Negli ultimi anni la Repubblica islamica è stata al centro di una forte ondata di protesta per l’uso obbligatorio del velo reintrodotto dagli ayatollah con la rivoluzione del 1979, e hanno represso nel sangue chi vi si opponeva. “Khomeini era ossessionato dal velo e dalle donne” disse una volta Farah Diba l’ex moglie dello Scià che negli anni ’70 lo abolì.

Il khimar copre testa e petto, mentre il niqab lascia scoperti solo gli occhi, ed è diffuso in Arabia Saudita.  Il burqa, tipico dell’Afghanistan, di colore azzurro, copre tutto il corpo con una retina sugli occhi per vedere. Anche qui con la presenza dei Talebani al governo, l’uso del codice vestimentario obbligatorio ha suscitato forti polemiche sui diritti umani relative alla condizione femminile privata dei fondamentali diritti all’istruzione e alla vita sociale.

La varietà di veli rispecchia la diversità delle culture islamiche, con stili che variano anche in base alla moda locale, come in Africa sub-sahariana e India, dove i veli sono più colorati e morbidi.

Il velo islamico (web)

Quelli più diffusi:

Shayla
Una shayla è una lunga sciarpa rettangolare, avvolta intorno alla testa e nascosta o appuntata in posizione sulle spalle. È popolare nel Golfo Persico.

Hijab
L’hijab è l’unico “velo” di cui si parla nel Corano ed è notoriamente riconosciuto come il foulard che copre la testa della donna musulmana, lasciando libero il volto.

Al-Amira
L’Al-Amira (talvolta scritto Ameera) è un velo in due pezzi, costituito da un copricapo aderente, di solito in cotone o in un altro materiale leggero, e da una sciarpa tubolare.

Khimar
Il khimar è un lungo velo simile a un mantello che può arrivare appena sopra la vita. Copre i capelli, il collo e le spalle, ma lascia il viso scoperto. È popolare tra le donne egiziane.

Chador
Un chador è un semicerchio di tessuto, generalmente nero e drappeggiato sulla testa come uno scialle. A differenza del canonico hijab, ricopre tutto il corpo. Viene tenuto sotto al mento con una mano o, in alcuni casi, si usano spille per mantenerlo chiuso. In casa o in moschea viene indossato anche in versioni più colorate. I chador sono popolari soprattutto in Iran o nei Paesi con una vasta quota di popolazione sciita.

Niqab
Un niqab è un velo che viene indossato in combinazione con un altro indumento nero sottostante. Copre completamente il viso e la testa e lascia un taglio per gli occhi. Questo indumento è popolare in molti degli Stati del Golfo.

Burqa
Il burqa copre l’intero viso, con una griglia in maglia sopra la zona degli occhi. È indossato principalmente in Afghanistan, in quanto è imposto dai talebani.

Hijab, “velo” della donna musulmana (Getty)

Cosa prevede la legge italiana

Indossare un velo in Italia non è reato, nemmeno quello integrale. Chi si oppone a questa pratica, generalmente si appella all’art. 85 del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza (R.D. n. 773/1931) e alla legge n. 152/1975, il cui art. 5 recita:

“È vietato l’uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo. È in ogni caso vietato l’uso predetto in occasione di manifestazioni che si svolgano in luogo pubblico o aperto al pubblico, tranne quelle di carattere sportivo che tale uso comportino. Il contravventore è punito con l’arresto da uno a due anni e con l’ammenda da 1.000 a 2.000 euro. Per la contravvenzione di cui al presente articolo è facoltativo l’arresto in flagranza”.

Il Consiglio di Stato ha stabilito che la motivazione religiosa rientrasse tra i validi motivi per poter circolare con il velo islamico. Il punto centrale è che l’obiettivo di chi lo indossa, non è quello di non farsi riconoscere, ma di professare un certo credo religioso (ed è questo punto che distingue una donna con il burqa da un ladro con il passamontagna, per esempio).

Anche nelle foto dei documenti è autorizzato l’uso del copricapo, a patto che si possa vedere il volto. Anche qui, il velo non è assimilabile a un cappello o ad un qualsiasi vestiario, poiché fa parte integrante degli indumenti abituali e concorre, nel loro insieme, ad identificare chi li indossa.

Afghanistan. Donne di Herat in burqa (Wikipedia)

Le parole di Giorgia Meloni

“Sta per arrivare in Cdm un provvedimento che introduce per legge il numero massimo di studenti stranieri per classe, e introduce l’obbligo per i genitori di studenti stranieri con problemi gravi di inserimento scolastco di imparare l’italiano, e introduce il divieto di burqa e niqab a scuola”, ha detto la presidente del Consiglio e leader di FdI dal palco di Fenix, la festa di Gioventù nazionale, formazione giovanile del suo partito.

Afghanistan, donne con burqa per la strada ( MOHD RASFAN/AFP via Getty Images)

donne con niqab (Ap)

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