Mentre al Sustainable Fashion Forum di Venezia il procuratore di Milano, Paolo Storari, raccontava come e perché ha richiesto l’amministrazione giudiziaria per diversi grandi brand – da Armani a Dior, da Valentino a Loro Piana – accusati di aver agevolato (attraverso il mancato controllo) o effettuato (attraverso appalti e subappalti) lo sfruttamento lavorativo nei laboratori cinesi che producevano per loro; il procuratore di Prato, Luca Tescaroli, ha chiesto e ottenuto dal Tribunale di prevenzione di Firenze l’amministrazione giudiziaria per altri due marchi della moda, questa volta di fascia premium: Patrizia Pepe, con sede a Campi Bisenzio (Firenze), e Dixie, con sede a Signa (Firenze).

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Il motivo è sempre lo stesso: aver esternalizzato la produzione a laboratori di confezione gestiti da due imprenditori albanesi, che sfruttavano lavoratori albanesi e bengalesi (alcuni clandestini) costretti a turni massacranti e paghe bassissime. Intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro – e dunque caporalato – sono i reati contestati ai titolari albanesi, mentre Patrizia Pepe e Dixie non sono indagati.

Mancato controllo per migliorare i margini di guadagno

«È un sistema della produzione basato sulla logica della massimizzazione del profitto, che ha consentito ampi margini di guadagno, abbattendo il costo del lavoro, comprimendo le spese e mantenendo un elevato livello di competitività», afferma la Procura. Patrizia Pepe e Dixie avrebbero colposamente agevolato l’attività di sfruttamento lavorativo attraverso l’inerzia e la mancata vigilanza. I marchi-committenti, in pratica, non avrebbero mai verificato la reale capacità imprenditoriale delle imprese terziste affidatarie delle commesse, che avevano società-schermo.

La Procura ha indicato gli indici di sfruttamento che ha scoperto: retribuzioni inadeguate, ritmi di lavoro estenuanti, ferie e riposi negati, applicazione di contratti collettivi inadeguati e buste paga artefatte. Queste condizioni erano «esacerbate da un clima di continue vessazioni, offese, violenza e controllo fisico costante dei lavoratori». Sono emerse – come già successo a Milano – anche anomalie negli audit aziendali.

Secondo la Procura di Prato (che ha applicato la misura dell’amministrazione giudiziaria per la seconda volta, la prima era stata per Piazza Italia) questo sistema illegale ha assicurato all’organizzazione sfruttatrice introiti per circa 500mila euro e ha consentito a Patrizia Pepe e a Dixie una produzione a prezzi più contenuti e una riduzione dei tempi di fabbricazione. «Tali vantaggi hanno permesso di contaminare l’intera filiera e di affermarsi nel mercato», scrive la Procura. Diciotto lavoratori vittime di sfruttamento hanno deciso di collaborare con i magistrati: per loro è stato richiesto il rilascio del permesso di soggiorno per motivi di giustizia (ai sensi dell’articolo 18 ter del decreto legislativo n. 286/1998).

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