Un’altra settimana è passata senza veder arrivare sui conti dei Comuni l’acconto del fondo di solidarietà, cioè il pilastro fondamentale nell’entrata dei loro bilanci (quest’anno vale 7,19 miliardi). «Sono risorse essenziali bloccate da un’incredibile catena di ritardi burocratici», lamenta l’Anci in una nota, in cui parla di «situazione insostenibile» per le amministrazioni locali che «evidenziano difficoltà anche nel pagamento degli stipendi di luglio».
I numeri in gioco
In effetti, basta uno sguardo ai dati per misurare la gravità della questione. In gioco ci sono per la prima rata circa 3,5 miliardi di euro, attesi da 5mila Comuni grandi, medi e piccoli sparsi fra le Regioni a Statuto ordinario, la Sicilia e la Sardegna. In genere, l’acconto arriva tra la fine di maggio e il mese di giugno, a seconda degli anni. La serie storica registra casi anche più rapidi, come nel 2020, quando le risorse arrivarono a marzo per sostenere le casse affannate dal lockdown pandemico, o nel 2021, quando l’accredito vide la luce ad aprile. Il ritardo maggiore, finora, è invece quello del 2023, quando i pagamenti furono effettuati 23 giugno.
Vischiosità burocratica
Più complicato è individuare le ragioni di un calendario così dilatato. Perché la manovra non ha cambiato sostanzialmente nulla nelle regole di distribuzione delle risorse. E la sola uscita di Roma Capitale dalla platea degli enti interessati non ha sollevato particolari difficoltà tecniche: tanto è vero che l’accordo sui criteri di riparto è stato siglato in Conferenza Unificata il 21 gennaio. Ma poi l’iter si è perso, e solo nella Stato-Città del 18 giugno il Governo ha annunciato la firma del provvedimento. Che però è ancora alla Corte dei conti per la registrazione.
Le conseguenze
La latitanza degli assegni rischia di complicare la vita non solo degli enti locali, ma anche quella delle imprese. Perché con le casse in sofferenza è più difficile pagare anche le fatture commerciali ai fornitori di beni e servizi: una piccola beffa, dopo che gli enti locali hanno partecipato in pieno all’accelerazione dei tempi di pagamento che ha permesso all’Italia di uscire indenne dalla procedura d’infrazione europea e di centrare in pieno gli obiettivi del Pnrr, portando la Pa a liquidare le fatture con una media di 16,1 giorni di anticipo rispetto alla loro scadenza legale.

