Niente da fare. Il Documento di finanza pubblica che sarà esaminato oggi dal Governo riporterà alla voce deficit 2025 il «3,1%» indicato dall’Istat.
La notifica definitiva da Eurostat arriverà alle 11, un’ora prima della riunione del consiglio dei ministri. Ma ieri pomeriggio è stato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, in una riunione a Via XX Settembre con vice e sottosegretari, a spiegare che le speranze nutrite fin dalla scorsa estate di abbattere il disavanzo sotto al 3% e di uscire quindi con un anno di anticipo dalla procedura Ue per disavanzi eccessivi si sono infrante contro i numeri finali. Perché, come anticipato sul Sole 24 Ore di ieri, l’intenso lavoro di lima concentrato soprattutto sui numeri di Superbonus e crediti d’imposta alle imprese non sono bastati. Eurostat negli ultimi giorni avrebbe chiuso le comunicazioni con Roma, per cui una sorpresa al fotofinish rimane nel novero delle cose possibili, e imporrebbe un’inedita modifica in corso d’opera al Dfp. Ma fuori della teoria tutti i segnali sono andati in senso opposto, e saranno certificati oggi dalle tabelle del Documento.
Battaglia duplice
Lo sforzo delle calcolatrici ministeriali si è sviluppato prima di tutto nel tentativo di limare il deficit al 3%, scavallando con la seconda cifra dopo la virgola l’arrotondamento del 3,07% effettivo (indicato dall’Istat il 3 aprile scorso) che oggi inchioda il dato al 3,1%. Solo una manciata di milioni separerebbe i conti italiani da quel risultato, che però non sarebbe stato in ogni caso sufficiente a imboccare quest’anno la via d’uscita dalla procedura Ue per disavanzi eccessivi. Per questo secondo obiettivo, ha ribadito ieri un portavoce della Commissione europea, serve un deficit «inferiore al 3% del Pil». Ma per arrivarci manca ancora un miliardo abbondante (un decimale di Pil 2025 sono 2,26 miliardi).
La favola della «manovra elettorale»
Il balletto a cavallo della soglia di Maastricht ha finito per concentrare sui dati del passato recente le attenzioni per un Documento che invece dovrebbe guardare al futuro. E non è complicato prevedere le polemiche che nelle prossime ore torneranno a investire il Patto Ue e le statistiche a supporto. Ma l’idea, cullata da molti parlamentari di maggioranza, che pochi milioni di deficit di troppo bastino a costruire una gabbia sulla politica economica che altrimenti sarebbe stata libera di volare verso spese a tutto campo e verso la «manovra elettorale» di cui si è favoleggiato non ha molto fondamento. Perché, anche fuori dalla procedura, i conti sarebbero stati costretti negli spazi della traiettoria della spesa primaria netta, il parametro centrale del Patto Ue, già assorbiti dall’ultima legge di bilancio secondo i calcoli del programma di finanza pubblica di ottobre 2025. L’unico margine disponibile, al netto degli aggiornamenti che arriveranno con il Dpf di oggi, è per ora confinato al 2028, e vale lo 0,1% della spesa netta: poco più di un miliardo in tutto.
Niente sospensione
A cambiare realmente il quadro sarebbe la sospensione dei vincoli comunitari prevista «in caso di grave congiuntura negativa» (articolo 25 del regolamento 2024/1263), ma fin qui le ipotesi italiane non hanno trovato sponda a Bruxelles. Il dossier non promette sviluppi a breve, perché nei radar delle previsioni di base non c’è una recessione in Europa. Tutto dipenderà però dagli sviluppi della crisi del Golfo, su cui al momento le certezze latitano. Non le darà nemmeno il Dfp, che nello scenario centrale indicherà per quest’anno una crescita intorno al +0,5%, in linea con Bankitalia, un deficit al 2,8-2,9% e un debito in aumento ulteriore rispetto al 137,1% del 2025, per effetto di 51 miliardi di «aggiustamento stock/flussi» determinato dalle ricadute dei vecchi crediti d’imposta, a partire dal Superbonus. A fianco, com’è inevitabile da anni, ci saranno però scenari alternativi più complicati, fondati su variabili peggiori in relazione a prezzo del petrolio e tassi di interesse. E destinati ad archiviare in fretta le angosce sul 3,1%.

