È durata meno di due ore l’udienza di ieri in Corte d’Appello a Milano (sezione imprese) sulle istanze di sospensiva presentate da Ilva e da Acciaierie d’Italia relativamente al decreto della stessa Corte che stabilisce la fermata dell’area a caldo del siderurgico di Taranto.
Fermata prevista per fine ottobre in base ad un decreto della stessa Corte del 27 luglio con scadenza 90 giorni, quindi fine ottobre. Il collegio, presidente Lorenzo Orsenigo, si è riservato la decisione. Che per gli avvocati potrebbe arrivare nel giro di 3-4 giorni, forse martedì, considerato che Acciaierie ha comunicato che il 16 settembre è la data limite per avviare gli impianti alla fermata e concluderla entro fine ottobre.
«Non è un terzo grado di giudizio – dice Ascanio Amenduni, legale che assiste i cittadini di Taranto che vogliono l’area a caldo ferma – ma si tratta di capire se c’é un danno irreparabile che l’Ilva, tenuta ad applicare il decreto della Corte d’Appello, subirebbe nel tempo necessario a definire il giudizio in Corte di Cassazione, circa tre anni. Ovvero se l’azienda, una volta fermati gli impianti, avesse ragione dalla Suprema Corte».
Sia gli avvocati di Acciaierie d’Italia che quelli di Ilva affermano che il danno irreparabile si determinerebbe e che la fermata ordinata stavolta dai giudici è ben diversa da quelle che l’azienda ha fatto nel tempo, facendo poi ripartire l’attività. In questo caso, osservano le società, la fermata è correlata alla rimozione dell’amianto nei cowpers degli altiforni e alla riduzione delle emissioni di polveri sottili, che non possono non conseguirsi in 90 giorni.

