«Dichiariamo ufficialmente che l’aeroporto è occupato». Lo annunciano i lavoratori ex Ilva di Cornigliano appena entrati nella zona imbarchi del «Colombo» di Genova. La nuova protesta dei lavoratori è dovuta alla richiesta di cassa integrazione da parte dei commissari ex Ilva.
La mobilitazione a oltranza punta a ottenere risposte immediate dal ministero dopo l’invio della pec di venerdì con cui i commissari hanno disposto un incremento della cassa integrazione a fronte della mancanza di approvvigionamenti di coils. «Resteremo qui», ha urlato Armando Palombo (Fiom) tra gli applausi e i cori dei lavoratori, «finché questo governo non ci dà una risposta. Finché il governo, che ha messo i commissari, non fa alzare il culo ai commissari da Roma e ci dà una risposta chiara, molto chiara». I lavoratori hanno lasciato un corridoio aperto perché i passeggeri presenti possano imbarcarsi. Poi si sono seduti a terra, picchiando con i caschi sul pavimento.
In tarda mattinata una delegazione di lavoratori Ilva è stata convocata in prefettura dal prefetto di genova, Cinzia Torraco. L’aeroporto, hanno chiarito i lavoratori, resterà occupato in attesa del ritorno dei delegati. «Quella arrivata venerdì notte – ha detto Stefano Bonazzi, segretario generale della Fiom di Genova – è una comunicazione che contraddice completamente gli accordi raggiunti mercoledì in prefettura. È un insulto ai lavoratori, alla città, alle istituzioni locali e alla Curia. Siamo qui all’aeroporto e andiamo avanti con la nostra lotta: chiediamo che i commissari ritirino, modifichino o chiariscano quella lettera, perché il blocco dello stabilimento genovese non è assolutamente accettabile».
Sulla stessa linea Nicola Appice, delegato rsu Fim-Cisl: «Ci sentiamo presi in giro dai commissari, il cui provvedimento rischia di fermare lo stabilimento di Genova prima ancora di terminare il lavoro già presente in fabbrica. Sappiamo cosa significhi chiudere gli impianti e comprendiamo le difficoltà di Taranto alla vigilia della Cassazione, ma fermare indistintamente l’area a caldo e l’area a freddo condanna tutti alla cassa integrazione. A Genova e negli stabilimenti del Nord non vogliamo ammortizzatori sociali, vogliamo continuare a lavorare: servono garanzie transitorie e immediate, per non fermare la produzione».

