La spesa farmaceutica del Servizio sanitario nazionale – quella che garantisce (gratis o con il ticket) ai cittadini i medicinali in farmacia e negli ospedali – si appresta a superare la cifra record dei 25 miliardi. Un montagna che continua a crescere ormai al ritmo del 6-7% all’anno come certifica l’ultimo report appena pubblicato dall’Agenzia italiana del farmaco sulla spesa nel 2025 che in base ai dati ufficiali dei primi 10 mesi ha già superato quota 21 miliardi (+6,9% rispetto allo stesso periodo del 2024) e se proseguirà a questo ritmo chiuderà appunto sopra i 25 miliardi, un picco – erano 21,7 miliardi nel 2023 poi saliti a 23,7 miliardi nel 2024 – che di fatto farà segnare uno sfondamento di più di 4 miliardi sopra il tetto di risorse complessive riservato ai farmaci che nell’anno scorso valeva il 15,3% di tutto il Fondo sanitario nazionale ma che in dieci mesi ( fino a ottobre) assorbiva già il 18,63% della torta complessiva a disposizione del Ssn per i medicinali.

Una impennata legata innanzitutto a una domanda di salute che esplode con l’invecchiamento della popolazione – anche in altri Paesi europei la spesa per i farmaci corre, sottolinea la stessa Aifa – e in cui pesa l’arrivo di molti farmaci innovativi e terapie per malattie rare spesso costose che sono state approvate ma che ora presentano il conto. Un conto che sarà molto salato anche per le aziende farmaceutiche chiamate a ripianare – attraverso il meccanismo del payback – metà dello sfondamento del tetto di spesa sugli acquisti diretti di farmaci (quelli erogati in ospedale): qui lo sforamento dall’apposito tetto (che vale l’8,3% del Fondo e nei primi 10 mesi tocca già il 12,06%) è di ben 4,243 milioni che nei dodici mesi potrebbe raggiungere i 5 miliardi di cui 2,5 miliardi a carico delle imprese, un macigno sempre più pesante se si pensa che nel 2021 il payback valeva 1,195 miliardi. Il tetto sulla convenzionata (la spesa in farmacia) nei primi 10 mesi del 2025 invece come sempre lascia un avanzo, per ora superiore ai 400 milioni, con una incidenza sul Fondo sanitario del 6,39% a fronte di un tetto del 6,8 per cento. Ma su queste cifre si aspetta ancora l’effetto definitivo del passaggio delle glifozine dal canale ospedaliero a quello delle farmacie.

Fin qui i numeri che fotografano la corsa della spesa farmaceutica e che confermano ancora una volta come ci sia un oggettivo sottofinanziamento della spesa farmaceutica rispetto alla domanda. Ma che non basta a spiegare tutto. Da qui le forti fibrillazioni tra il ministero della Salute con il ministro Schillaci che nelle settimane scorse ha chiesto spiegazioni ai vertici di Aifa in una lettera di fuoco (era stata ventilata anche l’ipotesi di un commissariamento) su questa crescita non sufficientemente governata. E proprio in questi giorni – alla vigilia del nuovo report sulla spesa – l’Agenzia del farmaco ha risposto con un dossier di una decina di pagine dove vengono elencati gli interventi e le rinegoziazioni sui prezzi già fatte, ma soprattutto si indicano le contromisure allo studio per arginare la crescita della spesa: dalla clausola di salvaguardia alla revisione del prontuario.

Per ora al ministero della Salute si sta studiando il l dossier e si valuta anche una nuova risposta a breve, ma di certo è che al momento l’unica misura che potrebbe davvero andare in porto è quella relativa alla revisione del prontuario che contiene l’elenco dei farmaci rimborsati dal Ssn e che, come previsto dall’ultima manovra, va rivisto annualmente in modo che l’Agenzia individui «i medicinali da includere, mantenere, riclassificare o escludere dal Prontuario, nonché quelli per i quali procedere alla rinegoziazione delle condizioni di prezzo e rimborso». Se la clausola di salvaguardia dovrebbe finire nei cassetti – molti i dubbi sui nodi giuridici legati all’introduzione di un tagliando sui prezzi – sul prontuario il ministero punta a vedere i dettagli dei possibili interventi da far scattare il prossimo gennaio: la Commissione scientifica ed economica dell’Aifa sta già studiando i possibili risparmi massimi da ottenere nelle varie categorie terapeutiche (un primo assaggio c’è stato nelle settimane scorse per gli inibitori di pompa protonica) magari eliminando qualche “doppione”. L’idea al vaglio, in particolare per i medicinali fuori brevetto, è quella di stabilire un prezzo di riferimento di rimborso per ogni area terapeutica (e quindi anche con principi attivi diversi) a cui adeguarsi. Ma le aziende farmaceutiche sono già sul piede di guerra e non è detto che alla fine la differenza dei prezzi non ricada tutto sulle tasche dei cittadini perché le imprese anche di fronte alle pressioni che arrivano Oltreoceano con il pressing di Trump sono tutt’altro che orientate ad abbassarli. La partita insomma è solo all’inizio e l’esito è ancora molto incerto.

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