La riforma degli incentivi alle imprese diventa un caso di governo. Da un lato il ministero delle Imprese e del made in Italy (Mimit), che ha proposto il decreto legislativo, dall’altro la Ragioneria dello Stato che lo ha bollinato. A parlare di un provvedimento svuotato rispetto allo schema iniziale è direttamente la Direzione generale per gli incentivi alle imprese del Mimit, con una memoria depositata nelle commissioni Industria del Senato e Attività produttive della Camera, che stanno svolgendo una serie di audizioni in vista della formulazione del parere. La direzione del ministero guidato da Adolfo Urso sottolinea che c’è una «differenza sostanziale» tra lo schema di decreto legislativo approvato in via preliminare dal Consiglio dei ministri, il 27 marzo, e il testo poi bollinato dalla Ragioneria Generale dello Stato il 31 marzo.
«In primo luogo, sotto il profilo dei contenuti, il decreto risulta totalmente svuotato e privato della sua parte centrale e pregnante – prosegue la nota inviata alle commissioni -. Con l’attuale versione viene infatti disposto uno stralcio completo delle precise disposizioni che avrebbero regolato la razionalizzazione e il riordino dell’offerta di incentivi del Mimit». Con rinvio al disegno di legge di bilancio, successivo all’entrata in vigore del decreto.
Il Dlgs, insieme al Codice degli incentivi già varato, costituisce un impegno previsto dal Pnrr. L’obiettivo del decreto è abrogare una serie di misure a basso tiraggio e dirottare le risorse su strumenti più efficaci. La parte iniziale del provvedimento non ha subito modifiche. La nuova architettura prevede di riorganizzare gli incentivi del Mimit partendo da cinque strumenti: il Fondo di garanzia per le piccole e medie imprese, il Fondo di sostegno al venture capital, la Nuova Sabatini, gli incentivi per il settore dell’aerospazio, il Fondo per la crescita sostenibile con un ampliamento del suo raggio di azione a nuove sezioni (ricerca, sviluppo e innovazione; start up d’impresa; investimenti produttivi per la transizione verde e digitale; accesso al credito e al mercato dei capitali). Una disciplina quadro per ciascuna sezione e singoli bandi attuativi dovrebbero completare l’architettura. Le modifiche della Ragioneria si sono invece concentrate sull’articolo 9 con cui il Mimit definiva le “Disposizioni contabili e finanziarie per l’attuazione degli interventi del Fondo crescita sostenibile”, in pratica come convogliare in questo contenitore le risorse che deriveranno dalle misure abrogate. Ora viene tutto rinviato alla legge di bilancio. Fonti qualificate del ministero dell’Economia difendono la scelta operata dalla Ragioneria, dettata dal compito di vigilanza delle finanze pubbliche e, si fa notare, dalla necessità di evitare che in futuro, in tema di incentivi, si possano replicare, con le dovute proporzioni, esperienze traumatiche come quelle del superbonus. Sotto il profilo tecnico, sono diverse le obiezioni sollevate dalla Ragioneria soprattutto in riferimento all’articolo 9, dove si prevede la soppressione di incentivi richiamando genericamente il fatto che confluiscano nel Fondo crescita, senza considerare che risorse iscritte in bilancio quali fattori legislativi possono essere modificate solo con norme primarie e che una riforma di tale portata deve decorrere da un nuovo esercizio finanziario. Di qui la necessità di attendere la legge di bilancio.
Secondo la direzione del Mimit, però, con la versione modificata del Dlgs non si supera «in alcun modo il quadro attualmente vigente sul piano normativo e di allocazione delle risorse» e dunque non viene attuato «alcun sostanziale riordino della disciplina, anzi, con l’effetto immediato di incrementare ulteriormente la complessità del panorama degli incentivi alle imprese».
Il ministero di Urso, in riferimento al rinvio alla legge di bilancio, parla anche di anomalia sotto il profilo della procedura di delegazione del Parlamento al governo. E solleva infine altri due punti. Definisce «incomprensibile la scelta di lasciare nel testo del decreto alcune delle abrogazioni proposte», in riferimento ad aspetti del funzionamento stesso del Fondo crescita sostenibile e alle misure per aree di crisi industriale complessa, stralciando tutte le altre. Perché in questo modo «si determina un vuoto legislativo suscettibile di compromettere la regolare e continuativa attuazione di rilevanti misure in capo alla Direzione generale per gli incentivi alle imprese nelle more della definizione del riordino». Poi (al netto, va detto, di modifiche in extremis) c’è una possibile e non banale ricaduta sul Pnrr, dal momento che la riforma degli incentivi è una milestone fissata al 30 giugno 2026, mentre il rinvio alla legge di bilancio comporta un inevitabile slittamento a fine anno.

