Lo bevo lì e mi piace, lo porto a casa e “fa schifo”. Succede più spesso di quanto vorremmo ammettere. Soprattutto in vacanza, dove, infatti, non cambiano soltanto i vini: cambiamo noi. I luoghi, gli orari, le compagnie, il cibo e perfino le aspettative. Dopo una giornata al mare, con la pelle sapida e la cena davanti, anche un vino mediocre può sembrarci magnifico. Dategli il posto giusto, la temperatura e la compagnia adeguate e avrà fatto più della metà del suo lavoro.
Perché il vino non lo assaggiamo mai da solo; lo beviamo dentro una situazione, uno stato d’animo, un ricordo. E il contesto, qualche volta, lavora al posto suo.
Poi torniamo a casa, lo riapriamo e si fa improvvisamente strada una domanda: ma questo vino mi piaceva davvero?
La vacanza è una specie di laboratorio spontaneo dei consumi. Beviamo vini locali che a casa non compreremmo mai, ordiniamo bollicine senza aspettare un’occasione o una festa comandata, alterniamo vino, birra, qualche cocktail. Scegliamo vini più lievi o, semplicemente, beviamo in momenti che, a casa nostra, ci sembrerebbero sospetti.
In Grecia, per esempio, può sembrarci sensato bere una retsina davanti al mare, con il pesce, il caldo e tutto il resto al posto giusto. Poi proviamo a immaginare la stessa bottiglia una sera di novembre, a casa, davanti a un arrosto con le patate e improvvisamente capiamo che non tutto ciò che ci è piaciuto in vacanza aveva necessariamente un futuro con noi.

