«Contesa» è parola dal doppio fondo. Vi risuona l’eco della tenzone, la disputa in cui le ragioni si misurano a viso aperto; ma nel latino contendere vibra anche il tendere insieme, lo sforzo verso una meta condivisa. La salute, nei venticinque anni seguiti al Titolo V, è stata l’una e l’altra cosa: campo di contrasto tra Stato e Regioni e, a un tempo, orizzonte verso cui la Repubblica, alla quale, e non allo Stato, l’articolo 32 ne affida la tutela, è chiamata a tendere. Tra questi due significati si muove “La salute contesa” (il pensiero scientifico editore, 2026), il libro con cui proviamo a decifrare cosa sia accaduto al Servizio sanitario nazionale, presentato in occasione di un incontro a Palazzo Madama, in collaborazione con Fondazione Roche.

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La metamorfosi silenziosa

A lungo, la spiegazione è stata cercata solo nel riparto delle competenze, come se bastasse spostare il baricentro tra Roma e le Regioni, finché la pandemia ne ha mostrato il limite: non è mancato chi potesse decidere, è mancata, a tratti, la capacità di decidere insieme. Pur rimasta materia concorrente, la tutela della salute è stata infatti rimodellata da una metamorfosi silenziosa, fatta di sentenze, piani di rientro, livelli essenziali aggiornati a fatica e vincoli di bilancio. Di qui la nostra tesi: l’effettività del diritto dipende sempre meno da chi detiene le competenze e sempre più dalla qualità delle relazioni tra chi le esercita.

La salute è contesa, dunque, nel senso più alto: non campo di battaglia, ma luogo in cui convergono esigenze tutte legittime, come universalità e sostenibilità, autonomia e unità, innovazione ed eguaglianza nell’accesso alle cure. La contesa non ne è la patologia ma la fisiologia, e la Corte costituzionale, più che un arbitro, ne è stata l’architetto: ha fatto dei livelli essenziali l’architrave dell’eguaglianza sostanziale e ha ricordato (sentenza n. 275 del 2016) che è la garanzia dei diritti incomprimibili a incidere sul bilancio, e non il contrario. Lo conferma, d’altronde, la mobilità sanitaria: curarsi altrove per un’alta specialità è una scelta, esservi costretti per una prestazione ordinaria è una diseguaglianza.

Quattro proposte

Di qui, le nostre proposte. La prima riguarda la leale collaborazione, che, irrigidita nell’intesa unanime, diventa un veto capace di paralizzare le decisioni: proponiamo perciò regole fondate su maggioranze qualificate o su equilibrate minoranze di blocco, non per indebolire le Regioni ma per decidere insieme e per tempo, come indica, del resto, la sentenza n. 192 del 2024, che àncora l’autonomia a una verifica reale, non presunta, dei diritti.

La seconda investe la capacità amministrativa: formazione delle classi dirigenti, dati interoperabili, valutazione come apprendimento e non come controllo.

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