Tre leve, che devono muoversi insieme perché dipendono l’una dall’altra: in una strategia che dall’energia al capitale umano generato da scuola e ricerca, dalla transizione tecnologica alle politiche attive del lavoro, senza dimenticare temi come sanità e sicurezza urbana , attraversa tutti gli snodi della vita economica. Con l’obiettivo di aprire una strada per portare il Paese verso uno sviluppo stabile ed equo dopo l’esperienza del Pnrr.
Il Rapporto dedicato alle «Leve per la crescita», elaborato con il contributo di decine di esperti di primo piano nei tanti settori affrontati e con il supporto dell’Associazione nazionale dei Comuni, punta prima di tutto a offrire una base di discussione in un passaggio decisivo.
Il cammino da completare
Ottant’anni fa, alla nascita della Repubblica, l’Italia era un Paese lacerato e poverissimo. Da allora, oltre a trasformarsi in una delle principali economie avanzate, ha compiuto importanti conquiste in libertà e diritti sociali, anche se non equamente distribuiti. Ma ora è a un bivio.
Il contesto internazionale deteriorato e l’effetto delle transizioni, a partire dal crollo demografico, mettono in discussione il nostro modello di sviluppo, e generano un’insicurezza economica e sociale che incide su coesione e partecipazione democratica. Per questo è decisivo tornare a guardare al medio e lungo periodo, interrogandosi sulle traiettorie strutturali.
Niente crescita piena senza inclusione
L’approccio si basa sulla considerazione che sono necessarie politiche per assicurare una crescita solida, che sia però anche inclusiva intervenendo su salari reali stagnanti e diseguaglianze diffuse.
Molte di queste politiche esigono una dimensione europea. Ma restano debolezze specificamente italiane, da affrontare in chiave nazionale: sono i divari territoriali e generazionali, la produttività debole, le difficoltà nel valorizzare il capitale umano e trasformare la ricerca in innovazione, le carenze di capacità amministrativa e di regia strategica.
È su queste fragilità che il Rapporto concentra l’analisi, muovendo dalla convinzione che non esiste una sola leva della crescita.
Le tre leve
Ne individua infatti tre, strettamente interdipendenti: la capacità competitiva del sistema produttivo (trasformazione digitale, energia, settore idrico, rafforzamento dimensionale e tecnologico delle imprese), l’investimento sociale e la modernizzazione istituzionale.
Il trend demografico assegna una priorità assoluta alle misure per aumentare la partecipazione alla vita economica di territori, giovani e donne che ne sono ai margini, ridurre i grandi divari di efficienza amministrativa e giudiziaria, innalzare il capitale umano, ridimensionare il peso del background familiare nel condizionare i percorsi di crescita, attrarre talenti e migliorare la capacità di tradurre la ricerca in sviluppo. Non è solo un’esigenza, importante, di equità: si tratta di ampliare la base produttiva per rafforzare le possibilità di crescita.
Il ruolo delle politiche «sociali»
In questo contano anche politiche di solito considerate nella loro valenza sociale, come il miglioramento della sicurezza nelle città, il rafforzamento del sistema sanitario o la lotta ai crescenti rischi di mismatch tra mansioni e competenze.
Anche la modernizzazione istituzionale è un fattore decisivo: non un obiettivo settoriale, ma una condizione trasversale di successo delle politiche pubbliche. Senza una macchina pubblica capace di programmare, coordinare, attuare e valutare, anche le migliori politiche restano fragili. Come emerge dal Rapporto, non pochi affanni italiani sono frutto non solo di risorse scarse o di scelte politiche inadeguate, ma anche di deficit istituzionali: il prezzo dell’energia, la dispersione idrica, le difficoltà nel valorizzare le infrastrutture digitali, nascono anche da carenza di sedi pubbliche di analisi strategica, difficili sinergie istituzionali, frammentazione amministrativa, deficit di capacità tecnica, complessità regolatoria.

