Continua la crisi del riciclo degli imballaggi in plastica, esplosa dallo scorso anno: «La filiera è oggi sottoposta a una pressione non più sostenibile. L’accumulo dei rifiuti nei centri di conferimento e selezione ha raggiunto livelli critici e rischia di compromettere la continuità del servizio. Senza misure urgenti e straordinarie, il blocco della raccolta differenziata in ampie aree del Paese è un rischio concreto, in parte già manifestatosi», sottolinea Giorgio Quagliuolo, da inizio giugno tornato a essere presidente di Corepla, il consorzio per la raccolta, il riciclo e il recupero di imballaggi in plastica.
«Nell’ultimo periodo in Europa – continua Quagliuolo – sono stati chiusi 45 impianti di riciclo e In Italia due impianti sono già fermi e altri due entreranno a breve in revamping, la capacità di trattamento è diminuita. È un momento critico». La concorrenza di prodotti proveniente da Paesi extra-Eu a un costo molto basso e la crescita dei costi, a partire da quelli energetici, ha messo in difficoltà le aziende.
Il presidente di Corepla sottolinea come questa crisi coinvolga soprattutto le frazioni meno nobili della plastica: il misto poliolefinico (polietilene e polipropilene) e altri imballaggi di difficile riciclabilità. Non a caso le categorie per le quali quest’anno il consorzio Conai, d’accordo con Corepla, ha deliberato gli aumenti maggiori del contributo ambientale, cioè l’obolo che i produttori devono pagare per garantire un corretto fine vita agli imballaggi che immettono sul mercato, dal 1° ottobre.
Per il trattamento dei rifiuti da imballaggio, i consorzi hanno per legge funzione sussidiaria rispetto al mercato: se questo non riesce a gestire in modo economicamente sostenibile i materiali provenienti dalla raccolta, i consorzi sono chiamati a intervenire, pagando i riciclatori per lavorare quelle frazioni che nessuno vuole, in modo da garantire lo smaltimento dei rifiuti in ogni caso. Se le quantità da trattare sono maggiori, maggiori saranno anche i costi, che devono essere quindi sostenuti con il contributo pagato dai produttori.
«Andiamo incontro a una crisi strutturale da cui si fa fatica ad immaginare una via d’uscita. I rincari sulla plastica vergine dovuti al blocco di Hormuz hanno favorito quella riciclata, ma non basta», sintetizza Quagliuolo, indicando anche alcune soluzioni: «Aumentare i volumi autorizzati degli impianti, anche se temo che i tempi siano lunghi, e, come ultima misura emergenziale, attivare per i flussi non riciclabili il recupero energetico».

