C’è un prima e un dopo nella storia dei social network. A fare da spartiacque è la sentenza del 25 marzo scorso del Tribunale di Los Angeles nella causa rubricata al numero JCCP 5255. Le nuove regole le ha dettate una ragazza di 20 anni, nome di fantasia Kaley, assistita dall’avvocato Mark Lanier, che ha portato in giudizio Meta e Google per ansia, dismorfismo, autolesionismo, ingenerati, secondo la giuria, dagli scroll infiniti su Instagram e YouTube che usava da quando aveva nove e sei anni. Il verdetto è arrivato dopo nove giorni e quaranta ore di camera di consiglio. I 12 giurati all’unanimità hanno condannato i due giganti del web a risarcire complessivamente 3 milioni di dollari.
TikTok e SnapChat avevano trovato un accordo con la ragazza prima del processo per evitare un possibile precedente sfavorevole. Meta e Google hanno voluto andare in giudizio, confidando in un verdetto positivo che non è arrivato. Mark (Lanier) contro Mark (Zuckerberg), come nel peggiore degli scherzi del destino per i maghi della Silicon Valley che hanno spinto all’estremo le logiche di profitto sottovalutando le reazioni degli utenti. Ma la sentenza potrebbe innescare l’effetto domino in tutto il mondo.
Gli effetti fuori dagli Usa
Le dinamiche dirompenti di questa pronuncia si riflettono infatti oggi su due fronti. Da un lato quello giudiziario e sanzionatorio: le altre cause già pendenti negli Stati Uniti potrebbero avere un verdetto simile e altre a catena potrebbero aprirsi in tutto il mondo, mentre le autorità di controllo sono pronte a intervenire con sanzioni milionarie.
Dall’altro lato, i social dovranno correre ai ripari (proprio venerdì Google ha annunciato di aver bloccato 8 miliardi di annunci dannosi nel 2025) per scongiurare un’emorragia di utenti e sanzioni a cascata. La partita nell’immediato si gioca tutta sull’introduzione veloce di sistemi credibili di age verification e misure di sicurezza per evitare scroll infiniti e contenuti pericolosi. Intanto, però, il tribunale di Los Angeles per la prima volta ha alzato il sipario su anni di malcelate verità.
Tutti sapevano, ma nessuno interveniva. Il verdetto è impugnabile, e per la difesa delle due società non coglie la vera natura dei loro servizi, ma gli atti resteranno comunque nella storia dei social. Per la prima volta viene stabilito un nesso causale tra il funzionamento degli algoritmi e lo “scroll infinito”. Il meccanismo genera un loop mentale definito dai neurologi “effetto tana del coniglio”, che rende quasi impossibile allontanarsi dallo schermo. Si tratta di un’architettura progettata dal team di ingegneri per massimizzare il tempo di permanenza degli utenti e, di riflesso, i profitti aziendali. Sembra che tutti lo sapessero ma nessuno prima di adesso era riuscito a dimostrarlo. Un processo durato pochi mesi ma che ha versato agli atti mail interne, documentazione medica, testimonianze inquietanti.

