Nel frattempo, Ariete Fattorie Latte Sano Spa, concorrente esclusa dalla gara, ha impugnato l’intera operazione. «Un lungo ed articolato contenzioso amministrativo davanti al Tar, Consiglio di Stato e Corte di cassazione – si legge – culminato nella sentenza del Consiglio di Stato n. 1156/2010 che dichiarò la nullità del contratto di cessione della partecipazione stipulato tra il Comune di Roma e Cirio per violazione del patto parasociale, nonché della transazione nelle more intervenuta tra Comune di Roma, Cirio, Eurolat e Parmalat».
Sta tutto nella «buona fede»
Intanto, nel 2005, a seguito del crack Parmalat, il Tribunale di Parma ha omologato il concordato che prevedeva il trasferimento di tutti i beni della Dalmata Due Srl – inclusa la partecipazione nella Centrale del Latte – alla “nuova” Parmalat Spa, poi confluita nel gruppo Lactalis.
Proprio questo passaggio è diventato centrale nel giudizio civile degli anni successivi. Roma Capitale ha rivendicato la proprietà delle azioni, sostenendo che la nullità della privatizzazione impedisse qualsiasi valido trasferimento. Parmalat, invece, ha invocato l’acquisto a non domino e, in subordine, il diritto a trattenere i dividendi percepiti.
Tribunale e Corte d’Appello di Roma avevano dato ragione al Campidoglio, escludendo la buona fede di Parmalat e ordinando la restituzione delle azioni e dei dividendi. La Cassazione ha però corretto l’impostazione dell’Appello, ritenendo errata in diritto l’esclusione automatica della buona fede della “nuova” Parmalat nel passaggio del 2005.
Cosa succede ora
Il fascicolo, adesso, torna in Appello per l’accertamento della proprietà delle azioni in capo a Parmalat che, seppur consapevole delle difficoltà per la gestione dell’azienda, ha intenzione di mantenere la sua partecipazione, anche in favore dei lavoratori in bilico per anni.











