“Stiamo iniziando a parlare con Cuba” e “probabilmente verranno da noi e vorranno raggiungere un accordo”, conferma il presidente Donald Trump, parlando con i giornalisti a bordo dell’Air Force One mentre era, in smoking, in volo verso la Florida. La dichiarazione giunge mentre la sua amministrazione sta esercitando una maggiore pressione sull’isola caraibica, con misure volte a interrompere le forniture di petrolio da Venezuela e Messico, misure che secondo il tycoon costringeranno L’Havana a sedersi al tavolo delle trattative. I veri obiettivi del capo della Casa Bianca sul regime castrista restano poco chiari ma è un dato che il presidente americano ha cominciato a rivolgere maggior attenzione a Cuba dopo la cattura di Nicolas Maduro nella rocambolesca operazione-blitz a Caracas di inizio anno.
Dazi ai Paesi che forniscono petrolio a Cuba, avviati negoziati tra Città del Messico e Washington
La scorsa settimana, Trump aveva firmato un ordine esecutivo per imporre dazi su tutte le merci provenienti dai Paesi che vendono o forniscono petrolio a Cuba, una mossa per mettere sotto pressione il Messico, da cui L’Havana è diventata dipendente dopo l’interruzione delle spedizioni di oro nero dal Venezuela. La presidente messicana Claudia Sheinbaum ha avvertito che ciò potrebbe causare una crisi umanitaria (per i servizi di base come sanità, alimentazione e trasporti) e venerdì ha dichiarato che cercherà alternative per continuare ad aiutare Cuba.
Il Messico e gli Stati Uniti hanno avviato un dialogo per coordinare l’agenda comune sul dossier Cuba, come ha riferito il Ministero degli Esteri messicano, informando sui social di una conversazione telefonica tra il ministro Juan Ramón de la Fuente e il segretario di Stato Usa Marco Rubio che “mostra l’intenzione di promuovere la cooperazione tra le rispettive istituzioni”. Un comunicato del Dipartimento di Stato, attribuito al portavoce aggiunto Tommy Pigott, ha aggiunto che Rubio ha discusso con De la Fuente “l’avanzamento delle priorità condivise e della sicurezza regionale”, senza fornire dettagli sui singoli temi trattati.
“Non deve necessariamente essere una crisi umanitaria” le ha risposto indirettamente Trump. “Penso che probabilmente verranno da noi e vorranno raggiungere un accordo”, ha aggiunto il presidente Usa, “così Cuba sarebbe di nuovo libera”. Trump prevede in sostanza che si raggiungerà un qualche tipo di intesa con Cuba: “Penso che saremo gentili” ha precisato il Commander in Chief.
Il timore de L’Havana di un pretesto: usare le stesse pressioni contro il Venezuela anche contro Cuba
Per tutta risposta, il presidente cubano, Miguel Díaz-Canel, ha accusato il governo degli Stati Uniti di voler usare gli stessi “pretesti” e la stessa formula impiegata contro il Venezuela per portare avanti una possibile aggressione anche contro l’isola caraibica, precisando che in ogni caso per il governo castrista, “la resa non è un’opzione”. “Tempi duri come questi vanno affrontati con coraggio e valore” ha detto il capo dello Stato de L’Havana in un discorso ai membri del Partito Comunista a L’Havana, ripreso dai media ufficiali. Secondo il presidente Díaz-Canel, l’aggressione contro Caracas – culminata con la cattura e la destituzione di Maduro – è stata preceduta da una “intensa campagna di pressione economica, politica e propagandistica” e da un ampio spiegamento militare. La stessa ricetta – è il timore di Díaz-Canel – sarebbe ora usata per Cuba. Nel suo intervento, il presidente cubano ha precisato di non escludere negoziati con gli Stati Uniti, purché si svolgano “tra pari” e nel rispetto reciproco, sottolineando però che finora non ci sono stati contatti, smentendo quindi indirettamente Trump che aveva detto “Siamo iniziando a parlare con Cuba”.
Appello anche dal Papa
“Ho ricevuto con grande preoccupazione le notizie circa un aumento delle tensioni tra Cuba e gli Stati Uniti, due Paesi vicini. Mi unisco al messaggio dei vescovi cubani, invitando tutti i responsabili a promuovere un dialogo sincero ed efficace per evitare la violenza e ogni azione che possa aumentare le sofferenze del caro popolo cubano, che la Vergine della Carità del Cobre assista e protegga tutti i figli di quella amata terra” ha detto oggi papa Leone XIV all’Angelus domenicale, dalla finestra dello studio in piazza San Pietro.
Trump apre alla Cina e plaude all’accordo con l’India
Trump, sempre a bordo dell’Air Force One, parlando ancora della “situazione geopolitica caraibica”, ha dichiarato che gli investimenti cinesi nell’industria petrolifera venezuelana “sono i benvenuti”, mentre il Paese sudamericano cerca di rilanciare la sua economia. La Cina era stata infatti il principale acquirente di petrolio venezuelano sotto Maduro, la cui cattura da parte delle forze statunitensi il 3 gennaio aveva suscitato la dura condanna del Ministero degli Esteri di Pechino, rendendo ancora più incerto il futuro dei rapporti del Dragone con Caracas. “La Cina è la benvenuta e farebbe un ottimo affare sul petrolio. Diamo il benvenuto alla Cina” ha detto Trump, ricordando poi che la presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodriguez, venerdì ha concordato un accordo di cooperazione energetica con l’India. “L’India sta arrivando e acquisterà petrolio venezuelano invece di acquistarlo dall’Iran, quindi abbiamo già concluso quell’accordo, il concetto dell’accordo” ha sottolineato il presidente Usa.
Continua il lavoro di ricucitura con Caracas, Trump: “La leadership sta facendo un buon lavoro”
L’atteggiamento generale del capo della Casa Bianca sembra quindi di buona predisposizione nei confronti di Caracas. E Trump ha voluto riassumere questo “clima positivo” sintetizzando: “Con la leadership del Venezuela sta andando bene. La leadership sta facendo un buon lavoro”. Confermando, quindi, che quanto detto all’indomani della cattura dell’ormai deposto delfino di Chavez va nella direzione auspicata: lo scorso 14 gennaio, il presidente aveva definito “fantastica” la neopresidente Rodriguez, dopo una lunga conversazione telefonica.
A conferma di ciò, ieri è arrivata la notizia che il nuovo capo della missione diplomatica degli Stati Uniti in Venezuela, Laura Dogu, ha incontrato il ministro venezuelano degli Esteri, Yvan Gil, poco dopo il suo arrivo nella capitale venezuelana, a quasi un mese dalla cattura di Nicolás Maduro. Questo incontro rientra nel “programma di lavoro tra i governi venezuelano e statunitense, volto a definire una tabella di marcia su questioni di interesse bilaterale, nonché ad affrontare e risolvere le controversie esistenti attraverso il dialogo diplomatico, basato sul rispetto reciproco e sul diritto internazionale”, secondo una dichiarazione del Ministero degli Affari Esteri del Venezuela.
Rodriguez chiede di approvare una amnistia generale per i prigionieri politici
Continuano, parallelamente, i nuovi segnali di apertura politica da parte della presidente ad interim, vice di Maduro fino al giorno della sua “deportazione” a New York. Nel pieno della transizione, il capo dello Stato ha annunciato di aver richiesto all’Assemblea nazionale di approvare una amnistia generale per i prigionieri politici e la conversione del carcere di El Helicoide – divenuto simbolo della repressione di Stato – in un centro sociale. L’annuncio è stato fatto durante un evento alla Corte suprema di giustizia, in cui Rodríguez ha anche invitato a evitare “violenza e vendetta”.
La presidente ha spiegato che l’amnistia, come nel caso della riforma della legge sugli idrocarburi, che apre il settore agli investimenti stranieri (approvata sotto pressione di Washington, che di fatto controlla il comparto petrolifero venezuelano), era già stata discussa con Maduro prima della sua cattura. Di diverso avviso, la leader dell’opposizione María Corina Machado, che ha attribuito la proposta di amnistia alla “pressione degli Stati Uniti” e ha chiesto inoltre la liberazione effettiva di tutti i detenuti e il ripristino delle libertà democratiche nel Paese.
Laura Dogu e Yvan Gil (Afp, Ansa)
Le opposizioni reagiscono con cautela. Le denunce dell’Onu e di altre Ong: il sistema di tortura radicato e organizzato in tutto il Paese
Cauta anche la reazione della Piattaforma unitaria democratica, principale coalizione di opposizione, che ha sollecitato anche la garanzia per il rientro sicuro di politici ed attivisti esiliati, oltre alla restituzione dei diritti politici ai partiti sciolti. Accolta con prudenza anche la chiusura di El Helicoide, struttura gestita dal servizio di intelligence Sebin. Di fronte all’annuncio della sua trasformazione in un centro sportivo e sociale, il portale della dissidenza Monitoreamos ha pubblicato un report in cui denuncia l’esistenza di oltre 90 centri di tortura operativi in almeno 19 Stati del Paese, all’interno di una rete coordinata tra polizia, esercito e intelligence già denunciata da Onu, Amnesty e Human RightsWatch, come schema sistematico di sparizioni forzate, violenze e coercizioni. El Helicoide sarebbe dunque per gli attivisti solo il più noto. Nel settembre 2022 la Missione indipendente Onu sui diritti umani ha in effetti documentato nella struttura metodi sistematici di tortura: posizioni di stress chiamate “crocifissione” e “polpo”, asfissia con sacchetti o acqua (waterboarding, ndr), scariche elettriche sui genitali, minacce di morte e stupro, nudità forzata in celle gelide, detenzione in catene per lunghi periodi.
Resta poi irrisolto il nodo del numero reale di prigionieri politici. L’Ong Foro Penal conferma oltre 700 scarcerazioni ma denuncia che migliaia di persone restano sottoposte a qualche forma di restrizione arbitraria della libertà. Non contribuirà alla trasparenza il procuratore generale Tarek William Saab, che ha già escluso la pubblicazione di elenchi ufficiali, sostenendo che in Venezuela “non esiste giuridicamente la categoria di detenuti politici” e le liberazioni tra dicembre e gennaio derivano da revisioni giudiziarie e non da pressioni politiche. La portata reale dell’amnistia sarà il primo banco di prova della promessa di apertura invocata dalla comunità internazionale.












