Con 95 liquidazioni giudiziali avviate nel 2025, Prato si piazza ai vertici della classifica italiana dei fallimenti in rapporto alle imprese registrate nella provincia (che sono 33mila). Il risultato non sorprende troppo per due motivi: la vocazione industriale del territorio, fondata sul settore tessile da tempo in contrazione, affiancato negli ultimi 25 anni dall’abbigliamento prodotto dai cinesi che aprono e chiudono le aziende con grande facilità; e le difficoltà del commercio, legate al calo dei consumi, allo strapotere dei centri commerciali e dall’assenza storica di una politica diretta ad attrarre turisti.
I numeri
Delle 95 liquidazioni giudiziali, 35 riguardano la manifattura (e tra queste 16 il settore tessile), 22 i servizi, 16 il commercio, dieci la ristorazione e i servizi turistici, otto le costruzioni e quattro non sono classificate per settore. Il dettaglio, elaborato dall’ufficio Studi e informazione economica della Camera di commercio di Pistoia-Prato, mostra che sui 95 fallimenti avviati l’anno scorso 73 sono società di capitali, sette sono società di persone, 12 sono ditte individuali e tre hanno altre forme.
«È una fotografia nitida delle criticità che attraversano il nostro sistema produttivo, e rivela una crisi che colpisce in modo asimmetrico i diversi comparti», afferma Dario Caserta, responsabile dell’ufficio Studi della Camera di commercio di Pistoia-Prato.
Il dominio delle società di capitali si spiega col fatto che «per una struttura organizzata la liquidazione giudiziale rappresenta l’unico percorso formale e spesso obbligatorio per gestire l’insolvenza», aggiunge la Camera sottolineando che le 16 procedure nel tessile «riflettono la complessa fase di ristrutturazione che il distretto sta affrontando».
Criticità nel terziario
Ma la tensione è forte anche nel terziario (26 fallimenti tra commercio e turismo/ristorazione, comparto con la più alta incidenza): «Il dato è il riflesso di una fragilità finanziaria che spesso colpisce le imprese meno strutturate – spiega Caserta – sempre più schiacciate tra la contrazione della marginalità e l’indebolimento del mercato interno». Per Confindustria Toscana nord (Prato, Pistoia, Lucca) i dati «sono lo specchio di un momento complicato per l’intero sistema», sostiene la presidente Fabia Romagnoli. «Che siano le imprese manifatturiere a pagare il prezzo più alto non è sorprendente – aggiunge – dato il profilo produttivo della provincia che ha nella moda e nel meccanotessile il suo fulcro. Ma la scarsa incidenza di fallimenti nei servizi alle imprese (due, ndr) significa che la manifattura è ancora forte ed è il riferimento di un terziario avanzato che a sua volta la qualifica».









