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Economia

Risalita dell’industria a rischio

Sala StampaDi Sala StampaMarzo 10, 20264 min di lettura
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Risalita dell’industria a rischio

Consumi fermi ed export in frenata. Con i ricavi industriali in calo e una quasi stagnazione a livello di prodotto interno lordo. È la prima valutazione realizzata da Cerved sull’impatto economico per l’Italia della guerra scatenata da Stati Uniti e Israele in Iran. Stima in cui, inflazione e tassi a parte, si concretizza una revisione al ribasso per tutte le principali variabili. Cerved, parte del gruppo Ion di Andrea Pignataro, che aveva stimato per l’industria nazionale un biennio in parziale recupero in termini di fatturato, aggiunge allo scenario di base precedente un’ipotesi più conservativa. Con una crisi perdurante per più mesi e un prezzo del greggio destinato comunque a restare a lungo al di sopra dei livelli 2025, i ricavi reali delle aziende sono visti in calo dello 0,2% quest’anno, di quasi un punto il prossimo. Tempi e modi della crisi saranno ovviamente determinanti e le valutazioni sono soggette ad ampia volatilità ma i meccanismi di trasmissione dello shock sono purtroppo noti, ricalcando in parte l’esperienza dell’invasione russa in Ucraina. I rincari di gas, petrolio, ed energia elettrica colpiscono in modo particolarmente severo i settori più esposti dal punto di vista di questi input. Come piastrelle, carta, vetro, cemento e materiali da costruzione, laterizi, acciaio e fonderie. Shock che si allarga alla filiera della logistica e dei trasporti, a sua volta input trasversale di più comparti produttivi. Danni all’industria così come all’agricoltura, nell’ipotesi di un aumento cospicuo dei listini di fertilizzanti e carburanti. Al tema dei rincari si aggiunge poi quello logistico, con ostacoli alla supply chain legati al blocco di Hormuz. Shock verso la manifattura a cui si aggiungono quelli legati alla filiera allargata del turismo, per cui è prevedibile una contrazione significativa dei ricavi.

Sul versante interno – si spiega nell’analisi – l’aumento dell’incertezza geopolitica e dell’inflazione energetica genera un rallentamento della domanda, che si traduce in un calo degli acquisti nei settori più sensibili al reddito disponibile: moda e beni lifestyle, beni durevoli (auto, mobili, elettrodomestici, cosmetica premium), servizi di intrattenimento e ricreativi (spettacoli, eventi culturali e musicali). La crisi nello Stretto di Hormuz – scrivono gli analisti – si configura così come uno shock allo stesso tempo energetico, logistico e di domanda, che interessa simultaneamente industria, servizi e filiere. Le imprese italiane si trovano dunque ad affrontare un quadro caratterizzato da aumento dei costi, interruzioni nelle forniture, pressioni sui ricavi e rallentamento dei consumi. Nel complesso, se nello scenario di base Cerved prevedeva nel biennio 2026-2027 per le imprese un progresso dei ricavi dell’1,6%, ora l’ipotesi al ribasso vede un calo di più di un punto. Frenata diffusa a più comparti, con moda, beni intermedi elettromeccanica e costruzioni a vedere ricavi in discesa sia quest’anno che nel 2027, periodo in cui non un solo settore nelle stime Cerved presenterebbe valori in crescita.

Se per la maggior parte dei settori il Medio Oriente vale in media tra l’1 e il 3% dei ricavi, in alcune aree, come ceramica o componentistica Oil & Gas, si va oltre quella soglia, con un potenziale impatto della crisi dunque già rilevante in termini diretti. Su cui si innesta però una debolezza indotta a livello più ampio: a livello macro si prevede infatti in Italia per il 2026 una riduzione dello 0,8% dell’export in termini reali mentre i consumi interni sono visti crescere solo di due decimali, frenati in particolare da una risalita dell’inflazione, vista al 2,4%, quasi un punto oltre il livello programmato dal Mef. Scatto che per Cerved potrebbe spingere al rialzo i tassi di interesse, limitando per questa via gli investimenti, comunque già visti meno brillanti per il venir meno della spinta del Pnrr. Come risultato, il Pil 2026 per l’Italia è visto in crescita di soli tre decimali. Stime evidentemente complesse e soggette ad ampia incertezza, guardando ad esempio ad una ipotesi di prezzo medio del greggio a 68 euro nel 2026, in crescita rispetto ai valori di fine febbraio ma molto al di sotto del livello raggiunto ieri. A cambiare rapidamente sono del resto anche gli umori delle famiglie, determinanti per gli acquisti futuri: la rilevazione effettuata dalla controllata di Cerved Mbs Consulting nei primi giorni di marzo, dopo lo scoppio del conflitto, evidenziava crescenti segnali di preoccupazione: 16 punti in più (al 51%) sul tema gas ed energia, otto punti di crescita per le tensioni geopolitiche, quasi dieci per i rischi di ricadute sul costo della vita.

Scatti verso l’alto che possono rientrare con altrettanta rapidità in caso di una veloce soluzione della crisi.

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