Jindal ha inviato venerdì 20 marzo ai commissari dell’Ilva e al governo Meloni un documento che gli avvocati degli indiani hanno definito “proposta vincolante”. A quanto risulta al Sole-24 Ore, il documento è un ampliamento della lettera della scorsa settimana con cui – dopo avere abbandonato la gara per l’acciaieria italiana sei mesi fa nella convinzione, errata, di trovare porte aperte in Germania per rilevare Thyssen Krupp – gli indiani, dopo avere appunto trovato grosse difficoltà con Berlino, hanno manifestato il loro interesse di nuovo con Roma.
Il documento ricevuto dal governo Meloni, che sta facendo di tutto per mantenere in vita la narrazione della doppia gara per l’Ilva fra gli indiani di Jindal e gli americani di Flacks, contiene alcuni elementi e non ne contiene altri. Le cose che ci sono: una lunga serie di condizioni per comprare l’ex Ilva. La cosa che non c’è: il piano industriale dettagliato.
Lunedì 23 marzo – giornata in cui era stata fissata dai commissari la scadenza per la presentazione appunto di una “proposta vincolante” – a Roma si dovrebbero incontrare i vertici di Jindal e i commissari. In quella occasione, si capirà se Jindal ha o no intenzione di riempire di contenuti – vincolanti soprattutto per sé – il proprio interesse per quel che resta della prima acciaieria europea: in termini finanziari e patrimoniali, tecno-industriali e occupazionali.
E si capirà se il governo, finora inscalfibile nel lodo Meloni che non vuole assolutamente un ingresso di una azienda statale nel capitale per non ripetere da una posizione di debolezza il disastroso matrimonio con Arcelor Mittal, cederà alla richiesta – formalizzata da Jindal fin dalla lettera di manifestazione di interesse della settimana scorsa – di avere come socio di minoranza una società pubblica, identificata dagli indiani in prima istanza in Invitalia.









