Le liste d’attesa sono diventate il termometro politico della sanità italiana. Sono state adottate nuove norme e pare si stiano ottenendo risultati concreti. Il messaggio che arriva ai cittadini è rassicurante: il sistema sta recuperando efficienza. Ma dentro gli ospedali il clima è molto diverso, e la domanda che medici e operatori si pongono è semplice: stiamo davvero curando meglio i pazienti oppure stiamo solo accelerando la catena di montaggio?
Più cure negli stessi tempi
Negli ultimi mesi, in diverse aziende sanitarie italiane il tema dominante non è stato infatti l’aumento del personale o il potenziamento strutturale dei servizi, ma la necessità di erogare più prestazioni nello stesso tempo. Una pressione crescente che, in molti casi, si traduce nella riduzione del tempo da dedicare alle visite e nell’intensificazione dei ritmi di lavoro.
È qui che si consuma il paradosso della sanità pubblica italiana: si celebra la diminuzione delle liste d’attesa mentre i professionisti denunciano di avere sempre meno tempo per seguire adeguatamente i pazienti. Eppure una visita non può essere un pit stop da Formula 1: la qualità delle cure dipende anche dalla possibilità di approfondire, spiegare, prevenire errori e inappropriatezze.
Attacco alla libera professione
Nel frattempo continua una battaglia ideologica contro l’intramoenia, da anni trattata come il male assoluto, nonostante sia spesso una delle poche strade che consentono al sistema pubblico di recuperare prestazioni che altrimenti finirebbero completamente nel privato puro e ai medici di prendere realmente in carico i pazienti, guadagnando – è bene ricordarlo – solo il 30% della tariffa pagata dal paziente: il resto va su varie voci, tra cui un fondo aziendale da utilizzare proprio per l’abbattimento delle liste d’attesa.
“Ricette” regionali
In Sicilia, a esempio, il rapporto tra attività libero-professionale e istituzionale viene calcolato prendendo in considerazione soltanto l’attività ambulatoriale e non quella complessiva, trasformando un criterio di equilibrio in un cappio burocratico che limita in modo del tutto irragionevole l’autonomia professionale dei medici.











