«Ci abbiamo provato. Ha vinto di nuovo la palude. Un’occasione persa per gli italiani, ma era giusto provarci». Frana su un voto la montagna della fiducia residua di Giorgia Meloni in Antonio Tajani e Matteo Salvini. La premier li sente subito dopo che il Governo è andato sotto in Aula alla Camera, fuori di sé dalla rabbia. Poi fa suonare pubblicamente, chiaro e forte, l’avvertimento agli alleati nel post con cui commenta la bocciatura delle preferenze proposte nella legge elettorale dal suo partito, Fdi, assieme ai centristi di Noi Moderati e Udc.
L’accusa: «Nella maggioranza mancati diversi voti»
Il risultato delle votazioni sull’emendamento, scrive Meloni, «dice che la sinistra e le opposizioni hanno votato compattamente contro, ma anche nella maggioranza sono mancati diversi voti, e su questo serve una riflessione». Non che la premier non avesse messo in conto la possibilità che le preferenze venissero stoppate anche da leghisti e azzurri, mai stati convinti dell’intera riforma, a dispetto delle rassicurazioni piovute anche ieri: lo provano la decisione del Governo di non porre la fiducia, che davanti al niet dell’Aula lo avrebbe costretto alle dimissioni, e anche le assenze di Meloni e di molti ministri, il cui sì avrebbe potuto essere dirimente.
La richiesta vana di essere seguita
Però la sconfitta brucia, anche perché era stata la stessa presidente del Consiglio, poche ore prima della disfatta, a rivendicare l’emendamento, a scagliarsi contro il voto segreto e a evocare «un’operazione verità per capire se quei partiti che da tempo invocano la possibilità per i cittadini di scegliere i propri parlamentari lo facciano per convinzione». Un guanto di sfida al campo largo, ma anche ai leader della sua coalizione: la richiesta esplicita di essere seguita.
Il silenzio di Salvini, la minimizzazione di Tajani
Così non è stato. Le professioni di lealtà giunte dalla Lega (Salvini ha taciuto; da noi «nessun franco tiratore», ha messo agli atti il capogruppo Riccardo Molinari) non convincono nessuno dentro Fdi. Irritano addirittura le dichiarazioni di Tajani tese a minimizzare l’accaduto («Solo un incidente di percorso, non era un tema fondamentale»). Tensioni e sospetti nei confronti del “partito del pareggio”, anche all’interno del centrodestra, si sprecano. La caccia ai 32 franchi tiratori è aperta.
L’ira e la scelta di andare avanti con la legge
La premier non trattiene l’ira e concorda la linea con i colonnelli del partito, dal sottosegretario Giovanbattista Fazzolari al capogruppo a Montecitorio Galeazzo Bignami, primo firmatario dell’emendamento affossato. È lui a renderla pubblica al termine della Conferenza dei capigruppo: «Andiamo avanti con le votazioni». Per ora Fdi afferma di voler portare a casa la riforma, che potrebbe essere approvata già oggi alla Camera, visto che le opposizioni hanno ritirato gli emendamenti.








