Nel primo semestre del 2026, otto grandi compagnie petrolifere – secondo le stime di Transport & environment (T&E) – avrebbero generato extraprofitti per 7,5 miliardi di euro in Europa. Gli incassi record delle società energetiche e i costi di benzina e gasolio alle stelle hanno spinto l’Italia e altri cinque paesi Ue a chiedere a Bruxelles di creare un quadro normativo comune per la tassazione dei guadagni straordinari.
Gli extraprofitti
Gli extraprofitti sono guadagni nettamente superiori alle attese che le aziende riescono a ottenere rapidamente a causa di un particolare evento esterno, come una crisi geopolitica che determina un improvviso aumento dei prezzi. Nel caso delle società petrolifere l’evento è stato lo scoppio del conflitto tra Stati Uniti e Iran con l’operazione Usa Epic Fury iniziata il 28 febbraio scorso, che ha dato vita a una congiuntura di mercato favorevole per le imprese del settore energetico. I profitti delle compagnie sono cresciuti notevolmente a causa dell’impennata del costo dell’energia dovuta alle tensioni in Medio Oriente e alle limitazioni al traffico nello stretto di Hormuz.
T&E afferma che i 7,5 miliardi di extraprofitti attribuibili all’Ue generati dalle otto società – Shell, BP, TotalEnergies, Eni, Orlen, Repsol, Omv, Moeve – sarebbero pari al 42% del totale globale (poco meno di 18 miliardi: 3,7 miliardi di euro nel primo trimestre e 14,2 miliardi nel secondo). Di questi, 1,6 miliardi di euro sarebbero stati generati nel primo trimestre (che includeva un solo mese di guerra) e 5,9 miliardi nel secondo trimestre (il primo interamente bellico).
La posizione della Ue
I ministri dell’Economia e delle Finanze di sei paesi Ue – Italia, Austria, Germania, Polonia, Portogallo e Spagna – hanno dunque nuovamente chiesto al Consiglio dell’unione europea, al momento a guida irlandese, di dare vita a un quadro normativo comune riguardo alla tassazione degli extraprofitti delle compagnie petrolifere. Una richiesta simile era stata inoltrata dagli stessi stati – meno la Polonia – lo scorso aprile.
In attesa della riunione informale dei ministri dell’Economia dei Ventisette prevista per il 18 e il 19 settembre, la risposta dell’Unione, però, è stata chiara: un portavoce della Commissione ha puntualizzato che si tratta di una «competenza nazionale» e che gli stati membri possono già agire sulla base delle rispettive leggi, purché nel rispetto del diritto europeo.











