Il benessere psicologico dei lavoratori come fondamento di una nuova politica industriale del Paese. È la convinzione di Pubblica, associazione senza scopo di lucro che nei mesi scorsi ha portato in Senato la proposta di iniziativa popolare “Diritto a Stare Bene”, sottoscritta da 70mila firme.
La proposta, alla cui stesura hanno lavorato Paride Braibanti dell’Università di Bergamo e Michela di Trani, direttrice della scuola di specializzazione in psicologia della salute della Sapienza di Roma, punta all’istituzione di una rete psicologica nazionale integrata nel Ssn, quindi universale e permanente, che agisca anche dentro i luoghi di lavoro.
Focus sulle dimissioni volontarie
Francesco Maesano, coordinatore dell’iniziativa, spiega le possibili ricadute positive del progetto: «La scelta è tra investire sul successo dei lavoratori o pagare per il loro fallimento. Il benessere psicologico delle persone, specialmente della forza lavoro, non va considerato una voce di spesa ma il primo capitolo di politica industriale, inteso come strumento per rilanciare la crescita, soprattutto considerando le esternalità negative che le assenze da lavoro o le dimissioni comportano in termini di erosione del capitale umano». Il focus è sull’uscita dal mercato del lavoro. «Il rapporto Censis Eudaimon ha rilevato che la metà delle aziende hanno visto crescere il numero di dimissioni volontarie, Bva Doxa dice che il 49% degli under 34 si è dimesso almeno una volta per preservare la salute psicologica e per Unobravo l’80% degli italiani ha pensato di lasciare il lavoro per stress», spiega Maesano.
I costi indiretti
C’è poi il capitolo dei costi indiretti collegati al malessere psicologico dei lavoratori: «Secondo Istat, chi soffre di ansia e depressione perde in media 18 giorni di lavoro contro i cinque della media». Fino ad arrivare a un computo complessivo di perdita di produttività legata al disagio psicologico non trattato che ammonta a diversi miliardi di euro. «L’Ocse – dice ancora Maesano – stima che per l’Italia tale voce sia pari a 63 miliardi l’anno. E ogni euro non investito nel supporto psicologico si tramuta in una spesa per il sistema pubblico da quattro a cinque volte superiore».
La proposta di legge stabilisce che le aziende e le pubbliche amministrazioni siano tenute a garantire la piena collaborazione con il servizio, offrendo spazi per i colloqui di gruppo o individuali, assicurando la completa riservatezza, fornendo sostegno psicologico individuale e di gruppo ad esempio per prevenire mobbing e burnout, o patologie collegate allo stress. Nel concreto, conclude Maesano, «il servizio di psicologia pubblica entrerebbe in azione dove i tassi di dimissione o di astensione dal lavoro in un’azienda dovessero superare quelli medi».








