“Ho deciso: alle prossime elezioni politiche, dopo 44 anni, non mi ricandiderò. Lascio il Parlamento. Ritengo sia giunto il momento di cedere spazio a personalità più in sintonia con i partiti e con le coalizioni che si presenteranno agli elettori. Ringrazio tutti per la fiducia che m’è stata finora accordata. Mi fermo qui”. Così Pier Ferdinando Casini intervistato dal Corriere della Sera. Ricordiamo che Casini è stato eletto in tutte le legislature dal 1983, presidente della Camera nella XIV, dal 2001 al 2006. È stato considerato un “quirinabile”, come si dice in gergo, un nome che circolava come possibile soluzione di mediazione per elezioni del presidente della Repubblica: il 26 gennaio 2022 Casini ha ottenuto 52 voti dal Parlamento riunito in seduta comune, il suo risultato più alto per la massima carica.
“Ne ho parlato solo con i miei figli. Maria Carolina e Benedetta, le più grandi, avendomi sentito ripetere più volte l’intenzione di mollare, pensavano che anche stavolta non facessi sul serio. Ora, però, leggendo quest’intervista, capiranno che mi fermo davvero. Caterina e Francesco, che hanno sempre insistito affinché mi ricandidassi, nel nostro ultimo colloquio hanno invece convenuto che, sì, è giunto il momento di mettere un punto”.
Si guardi dietro, a chi deve maggior riconoscenza? “Ho un ricordo nitido, con la mente torno al primo giorno che, da neo eletto, metto piede a Montecitorio: è una mattina del luglio 1983. Non esistono i cellulari, i parlamentari hanno però a disposizione delle cabine telefoniche insonorizzate. Io allora ne apro una, entro e sa chi chiamo? Chiamo mio padre Tommaso, che era stato segretario provinciale della Dc. Ma riesco solo a dirgli, “Sono qui”, perché subito scoppio in un pianto a dirotto… La foto di lui che è sul palco insieme ad Alcide De Gasperi mi ha poi sempre seguito su tutte le scrivanie che ho avuto”.
“Il giorno più bello? Quando, da presidente della Camera, ricevetti Giovanni Paolo II. Un uomo, un santo, che a un cristiano come me trasmetteva sensazioni irripetibili. Detto questo, sarei ipocrita se non ammettessi che ogni giorno è stato bello, entusiasmante, ogni giorno in cui mi sono alzato nell’emiciclo dell’Aula con la sensazione di essere ascoltato nel cuore della democrazia”.
All’intervistatore che gli chiede un giudizio su Giorgia Meloni risponde: “Ha dimostrato una consistenza notevole perché ha tenuto sulle spalle tutto il peso della coalizione. A volte, però, per essere coerente, rischia di passare per testarda”. Su Elly Schlein. “È testarda anche lei. E sarebbe un grave errore sottovalutarla. Molti dimenticano che è capace di parlare a un mondo giovanile non omologato alla politica tradizionale”.
Com’era Berlusconi? “Il più carismatico. Il suo desiderio di piacere era così forte che finiva per piacere pure ai suoi nemici”. Il politico più sottovalutato? “Gianfranco Fini. Senza la svolta di Fiuggi non ci sarebbe stata Giorgia Meloni”.
Qual è stato il democristiano più grande? “Fanfani! L’uomo del “piano casa” e della presidenza dell’Onu, l’amico di Giorgio La Pira e di John Fitzgerald Kennedy”.
Il comunista che ha ammirato di più? “Giorgio Napolitano. Capì, prima degli altri, dove sarebbe andata la storia”. E la donna, la donna che non dimenticherà mai? “Nilde Iotti. Capace, con non poche difficoltà, di dire no anche al suo partito, il Pci”.
Il giorno più triste? “Quando mi chiamarono a casa per dirmi che Marco Biagi era stato ucciso dalle Br. Era un mio caro amico. Lui, di qualche anno più grande, l’estate veniva a darmi ripetizioni di latino e greco a Lizzano in Belvedere, il paesino sotto il Corno alle Scale dove le nostre famiglie ci portavano in vacanza…”.











