Onda blu, tsunami, vittoria storica. Si, ma in quali proporzioni? Guardando i grafici che sintetizzano il risultato del voto alle elezioni di medio termine negli Stati Uniti – diviso tra collegi della Camera dei rappresentati, seggi del Senato e competizioni per i governatori degli Stati – si può avere un’idea più chiara, cromatica, della portata del successo del Partito democratico su quello Repubblicano. Cioè, sul partito del presidente Donald Trump, la cui sconfitta ha superato le aspettative. L’elettorato, con il suo voto, ha voluto infatti bocciare la sua Amministrazione, dal momento che lo stesso Trump aveva trasformato le midterm in un referendum su se stesso.
Si votava per il rinnovo totale della Camera dei rappresentanti (435 seggi) e per un terzo del Senato (35 su 100), oltre all’elezione dei governatori di 36 Stati. I democratici hanno conquistato entrambi i rami del Congresso.
Camera dei rappresentanti
Alla Camera, il “Partito blu” (il colore tradizionalmente associato ai dem) otterrà 228 seggi, rispetto ai 142 del “Partito rosso” (il G.O.P, Great Old Party). Si tratta di un ampio margine rispetto alla soglia della maggioranza, 218. Ci sono da assegnare ancora diverse decine di seggi, una sessantina. I democratici ne hanno strappati 25 ai repubblicani. Secondo i sondaggi, i blu erano in vantaggio alla Camera e la loro vittoria con molta probabilità prevista. Ciò che ha colpito è stata la portata del flusso di voti, che sono andati verso il partito che non sostiene il presidente, soprattutto rispetto a due anni fa: chi aveva votato per Trump, ieri ha cambiato bandiera.
Senato
Anche nella “Camera alta” del Congresso, il Senato, dove ogni Stato – a differenza della Camera, che elegge i deputati in proporzione alla popolazione – sceglie sempre due senatori, il Partito democratico si aggiudicherà 54 seggi, il Partito repubblicano 44. La soglia per la maggioranza è 51, quindi anche qui i blu avranno un margine sicuro. Erano in palio, come si diceva, 35 seggi: di questi, 20 sono andati ai dem, 13 agli sfidanti: basta questo dato per dare la misura della portata della vittoria, anche al Senato. Ci sono stati numerosi “ribaltoni”, vale a dire cambi di partito vincenti: seggi che in passato erano dei repubblicani sono stati ottenuti dai democratici.
È successo in 7 Stati: Maine (con la vittoria di Troy Jackson sulla veterana Susan Collins, che era senatrice da 29 anni); Ohio (dove Sherrod Brown ha prevalso con 5 punti di vantaggio su Jon Husted); North Carolina (qui Roy Cooper ha ottenuto il 58,7%, quasi 20 punti sopra Micheal Whatley); South Carolina (Annie Andrews è la nuova senatrice dem); Kansas (dove il predicatore dem Adam Hamilton ha strappato il seggio allo sfidante repubblicano Roger Marshall: non succedeva dal 1932). Ma, soprattutto, il Texas, Stato tradizionalmente repubblicano (anche se da diversi anni è cambiato demograficamente): una delle sfide più monitorate, che ha portato alla vittoria, con quasi un milione di voti in più, di James Talarico sul trumpiano Rex Paxton.
I governatori
Anche le elezioni dei governatori (36 posti in palio) hanno visto prevalere i democratici: in 22 hanno vinto i blu, nei restanti 12 il G.O.P; si attendono i risultati definitivi di Alaska e Kansas ma i candidati democratici sono in vantaggio (e in Alaska il governatore uscente è repubblicano).
Anche in altri 5 Stati (Ohio, Iowa, Georgia, Nevada, Texas) c’è stato un ribaltone in favore del Partito che si oppone a Trump. E, dato che colpisce, in questi 5 Stati il presidente aveva vinto con ampio margine due anni fa.


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