Gli obiettivi di produzione di biometano in Italia non saranno raggiunti nei tempi prestabiliti, ma la filiera sta acquisendo un ruolo sempre più strategico nei trasporti, nell’industria e nella sicurezza energetica. Insieme a quello dei biocombustibili, infatti, rappresenta un segmento ad alto potenziale che, tuttavia, secondo l’edizione 2026 del “Biomethane & Biofuels Report” dell’Energy&Strategy della Polimi School of Management di Milano non sono ancora mature, devono fare i conti con costi elevati (perché si basano sull’import di materie prime) e sono frenate da incertezze regolatorie.
La spinta del Pnrr
Il biometano è una delle opzioni più mature per sostituire il gas fossile e se il principale settore di impiego sono i trasporti, può essere usato sia nell’industria sia nel settore residenziale. Se i campioni d’Europa, in questo ambito sono la Francia per numero di impianti e capacità produttiva e la Danimarca per taglia media degli impianti, in Italia a giugno 2026 si contano 176 impianti in esercizio, di cui 115 riconducibili al Dm 2018 che, insieme al Dm 2022, ha incentivato gli investimenti nel biometano. La capacità produttiva attuale è di circa 115.000 Smc/h (poco più di 1 miliardo Smc/anno) e la distribuzione geografica rimane fortemente sbilanciata verso il Nord Italia, dove si concentra la maggior parte degli impianti, sia attivi che in fase di sviluppo.
Target a rischio
Nonostante questi progressi, spinti anche dai fondi Pnrr, secondo il report del Polimi, l’Italia non riuscirà a raggiungere il target del Piano nazionale integrato per l’energia e per il clima (Pniec) che prevede una produzione di 5 miliardi di metri cubi di biometano entro il 2030. Il divario potrebbe oscillare tra 1,2 e 2,1 miliardi di metri cubi annui, mentre il raggiungimento degli obiettivi appare più realistico solo intorno al 2035. Per colmare questo gap bisognerebbe snellire le procedure autorizzative ma anche armonizzare una normativa che negli anni è risultata frammentata (i provvedimenti sono stati diversi e a breve termine) e non ha permesso agli operatori di pianificare investimenti a lungo termine.
«Il mercato è caratterizzato da elevata complessità autorizzativa, ridotta bancabilità dei progetti, filiera poco integrata, produzione frammentata, scarsa competitività di costo rispetto al metano di origine fossile – ha detto Paolo Maccarrone, direttore scientifico del report -. Continua a mancare da parte dei policy maker una visione strategica di lungo periodo che dia la necessaria stabilità agli operatori: non solo incentivi alla produzione, ma strumenti che incidano sui nodi irrisolti della domanda strutturata e dell’integrazione di filiera».
Biocombustibili in crescita
Lo stesso, in un certo senso, vale per la filiera dei biocombustibili. Negli ultimi 20 anni la produzione mondiale di biocombustibili liquidi è cresciuta sette volte, arrivando nel 2024 a 157 milioni di tonnellate (di cui 19 milioni in Europa, dove il consumo è stato di 21 milioni), ma la produzione di combustibili fossili destinati ai trasporti, tuttavia, rimane molto più elevata: secondo la World Bioenergy Association e la Global Biofuel Alliance nel 2024 ha superato i 2,5 miliardi di tonnellate.











