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Home » Birrificio Italiano, 30 anni di storia in un caso di successo (anche negli affari)
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Birrificio Italiano, 30 anni di storia in un caso di successo (anche negli affari)

Sala StampaDi Sala StampaMarzo 31, 20263 min di lettura
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Birrificio Italiano, 30 anni di storia in un caso di successo (anche negli affari)

Era l’inizio di aprile 1996 quando Agostino Arioli e il fratello Stefano aprivano il loro brewpub a Lurago Marinone, un piccolo paese del Comasco. Si chiamava Birrificio Italiano, primo in Lombardia e tra i primissimi in Italia. Spillatura in due tempi, bicchieri dedicati a ogni stile, birra fresca ma non ghiacciata, non pastorizzata, non filtrata: un modello di servizio inedito per i clienti di allora. Trent’anni dopo, quell’avventura è diventata un’azienda che nel 2025 ha prodotto 6.500 ettolitri con un fatturato di 2,3 milioni di euro, distribuiti in tutta Italia e in tredici paesi esteri.

La via italiana alla birra artigianale

Gli inizi sono stati pionieristici, essenzialmente perché «non esisteva una cultura birraria italiana, non c’era una tradizione», ricorda Arioli. «Non sono tedesco, non sono inglese, non sono belga, quindi non sono influenzato da alcuna tradizione. Di conseguenza, pur avendo una formazione tecnica, ho avuto un approccio molto libero, molto creativo». Niente improvvisazione: alle spalle c’erano studi di agraria, anni di homebrewing, pratica industriale alla Von Wunster e alla Poretti, viaggi formativi in Germania e in Canada. Eppure la mancanza di una tradizione codificata si è rivelata un vantaggio, tanto che «adesso, dopo trent’anni, sappiamo cosa significa birra all’italiana. E ancora oggi è contraddistinta da un approccio un po’ più creativo», almeno rispetto alle grandi scuole birrarie europee. «Molti italiani non lo sanno, ma noi italiani abbiamo un apprezzamento planetario», annota il mastro birraio.

Il caso più emblematico è la sua Tipopils (prodotta dal 1996) ovvero una pilsner di ispirazione tedesca e ceca lavorata con la tecnica anglosassone del dry hopping. Una birra capace di colpire il mastro birraio di Firestone Walker, Matt Brynildson, che ha portato negli Stati Uniti lo stile inventato ad Arioli, e che ha portato la “Italian Pilsner” al riconoscimento come categoria dal BJCP americano.

Crescita senza perdere identità

La traiettoria dell’azienda racconta una crescita quasi ininterrotta: dai 300 ettolitri del 1996 si è passati ai 2.500 del 2012 (quando la produzione si è trasferita nell’attuale sede di Limido Comasco) fino ai 6.200 del 2023, anno in cui è stato raddoppiato il volume della sala cottura con un investimento di circa 400mila euro, con un intervento anche sul fronte del recupero energetico.

L’80% delle vendite avviene nell’Horeca (bar e ristoranti, ndr) in fusto e il presidio geografico rimane forte sul territorio di origine (il 42% va al nord-ovest, il 20% al nord-est, il 25 % nel resto d’Italia).
Le prime esportazioni risalgono ai primi anni 2000 con la prima spedizione di un bancale di birra in bottiglia verso gli Stati Uniti. Attualmente l’export ha raggiunto valori intorno al 13% del volume totale, con destinazione Europa, ma anche Stati Uniti, Giappone e più recentemente anche la Cina.

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