I brevetti depositati all’Epo – l’European Patent Office di Monaco di Baviera – dalle università europee hanno raggiunto circa il 9% del totale dei brevetti continentali, posizionandosi ormai a ridosso dei livelli registrati negli Stati Uniti. Ma c’è un paradosso. Il 40,7% dei brevetti di proprietà delle università europee scade entro 10 anni dal deposito, a fronte di appena il 26,3% osservato negli atenei Usa.
Lo studio
A far emergere il confronto è il nuovo studio dello stesso Epo – in collaborazione con l’associazione Astp e l’istituto Fraunhofer – su un campione di oltre 800 uffici per il trasferimento tecnologico in tutta Europa (quelle realtà che dovrebbero favorire la crescita delle start up e la transizione tra invenzione e applicazione industriale). Sebbene gli atenei del nostro continente brevettino molto di più di vent’anni fa, la rinuncia prematura a oltre quattro brevetti su dieci evidenzia le difficoltà nel trasformare la tutela legale in valore economico di lungo periodo. Il quadro si inserisce in un contesto internazionale caratterizzato dall’intensificarsi della competizione globale, spinta anche dalla rinnovata attenzione della Cina verso la commercializzazione delle tecnologie.
«Il passaggio efficace dal laboratorio al mercato – ha sottolineato il presidente dell’Epo, António Campinos – è diventato un fattore cruciale per generare occupazione, crescita e autonomia strategica per l’Europa».
Negli ultimi due decenni, le domande di brevetto presentato da università, enti pubblici e ospedali di ricerca sono più che raddoppiate, passando da 3.200 nel 2006 a quasi 8mila nel 2025. Soprattutto nella ricerca di base. Nel 2025 proprio dagli istituti pubblici e accademici sono arrivate il 34% di tutte le domande di brevetto europee nelle biotecnologie,il 29% di quelle nelle tecnologie quantistiche e il 26% del settore farmaceutico. Tra i principali colossi della ricerca europea si confermano il Cnrs e il Cea in Francia, la Fraunhofer-Gesellschaft in Germania, l’Inserm in Francia e l’Imec in Belgio. Inoltre, la leadership storica di Germania, Francia e Regno Unito (la cui quota congiunta è scesa dal 64% al 55%) sta lasciando spazio all’ampliamento della base di ricerca europea, con un aumento significativo dell’attività in Paesi Bassi, Spagna e Italia. A guidare la mappa dell’innovazione in Italia sono, principalmente il Cnr (Consiglio nazionale delle ricerche) con 34 domande di brevetto europeo depositate nel 2025. Seguono il Politecnico di Milano (29 domande), l’Istituto Italiano di Tecnologia (21 domande), il Politecnico di Torino (20 domande) e l’Università degli Studi di Milano (17 domande). Tutti con chiare specializzazioni tecnologiche: il Cnr primeggia nei semiconduttori, il Polimi nella tecnologia medica, l’Iit nell’ambito farmaceutico e medtech, il Politecnico di Torino nelle macchine elettriche ed energia, e l’Università Statale di Milano nelle biotecnologie.
Sul fronte delle imprese ad alta tecnologia germinate dalla ricerca, l’Italia si colloca al 6° posto in Europa con 289 spin off accademici che hanno depositato brevetti all’Epo.
Le difficoltà a crescere
Tuttavia, la struttura industriale mostra una marcata concentrazione nelle fasi iniziali: l’89,6% degli spin off si trova nella fase di convalida tecnologica (early stage), 19 aziende hanno raggiunto la fase di espansione sul mercato, nessuna ha ancora fatto il salto verso la crescita avanzata (valutazioni superiori a 500 milioni di dollari) e il 3,8% è stato acquisito da gruppi più grandi. Del resto, gli uffici di trasferimento tecnologico (sugli 809 analizzati in tutta Europa) restano, per il 90,5%, di dimensioni piccole o medie. Rafforzarli e promuovere collaborazioni transfrontaliere rappresenterebbe un passaggio chiave per aiutare le invenzioni europee a farsi strada sui mercati internazionali.











