Dai dati Eurostat, in pratica, l’Italia emerge come caso peculiare. Negli anni banche e intermediari italiani hanno distribuito BTp e altri titoli di Stato in modo più capillare tra la clientela retail, complice una cultura di risparmio più orientata a questo tipo di investimenti. In altri Paesi, invece, pesano maggiormente le quote detenute da istituzioni finanziarie, fondi pensione, banche centrali e investitori non residenti: scelte di investimento differenti potrebbero portare le famiglie a prediligere i fondi pensione alla detenzione diretta.
Emissioni e rendimenti
Le emissioni dedicate alle famiglie di recente sono state numerose. I BTp Valore (incluso il BTp Più), BTp Futura e BTp Italia hanno spesso durate comprese fra i cinque e gli otto anni, più appetibili per gli investitori retail. La quota di queste tipologie di titoli di Stato è salita al 6,48% sul totale dello stock in circolazione al 31 dicembre 2025, rispetto al 3,9% del 2019: in base alla fotografia del ministero delle Finanze, i BTp Italia ora rappresentano il 2,03% del totale, i BTp Futura l’1% e i BTp Valore il 3,67% (di cui lo 0,57% è rappresentato dai BTp Più che hanno debuttato nel 2025). Tra l’altro, su questi titoli è prevista una tassazione agevolata al 12,5% su cedole e premi finali extra, oltre all’esenzione dalle imposte di successione e all’esclusione dal calcolo Isee fino a 50mila euro investiti in titoli di Stato.
L’appeal dei titoli di Stato deriva innanzitutto dai rendimenti: a fine 2024 i BTp decennali pagavano un tasso d’interesse del 3,52%, mentre a fine 2025 offrivano il 3,51%, una stabilità che vale oro in rapporto ad altri Paesi dell’area euro. In questo contesto gioca un ruolo cruciale anche la carenza di alternative di rendimento appetibili, che spinge molti a spostare i risparmi verso i BTp.
Le criticità
Eppure la maggiore concentrazione del debito pubblico nelle mani delle famiglie ha delle implicazioni. In caso di rialzo dei tassi (o di possibile volatilità nei prezzi dei titoli), gli investitori privati italiani vedrebbero scendere la quotazione di mercato dei titoli di Stato: chi detiene i BTp fino a scadenza potrebbe ignorare il movimento confidando sul rimborso del valore nominale (anche se si troverebbe comunque a possedere titoli che rendono meno delle nuove emissioni); chi dovesse avere necessità di vendere, concretizzerebbe la minusvalenza.
Inoltre, con una platea investitrice domestica così ampia, una parte considerevole degli interessi pagati dallo Stato torna direttamente nelle tasche dei risparmiatori italiani e può essere motivo di maggiore stabilità nei periodi turbolenti, ma comporta anche che eventuali shock sul mercato interno – oggi un rischio remoto, a giudicare anche dai voti delle agenzie di rating – si trasmettono più rapidamente ai bilanci delle famiglie.











