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Home » «Contro il caporalato non solo la Procura, servono nuove norme»
Economia

«Contro il caporalato non solo la Procura, servono nuove norme»

Sala StampaDi Sala StampaMarzo 3, 20263 min di lettura
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«Contro il caporalato non solo la Procura, servono nuove norme»

«Lo sfruttamento del lavoro è un tema centrale nel nostro Paese, ma non dovrebbe essere solo la Procura ad occuparsene: anzitutto, c’è un tema regolamentare da affrontare». A dirlo è Andrea Puccio, avvocato che, negli anni, si è occupato direttamente dei procedimenti relativi al fenomeno del lavoro sotto il controllo digitale – tipico del food delivery -, assistendo anche Just Eat, e che anche in questa fase si confronta con la Procura di Milano, responsabile di inchieste su rider, filiera della moda, logistica e security.

Avvocato Puccio, si è fatto un’idea sull’efficacia degli strumenti utilizzati dalla Procura di Milano per “aggredire” le aziende che non rispettano i lavoratori?

La Procura sta utilizzando, di fatto, due strumenti: le misure di prevenzione del codice antimafia e il controllo giudiziario previsto dalla Legge del 2016 sul caporalato. Entrambi gli strumenti hanno una connotazione cautelare – preventiva o impeditiva – e per questo agiscono in una fase prodromica all’accertamento di eventuali responsabilità. Il tratto comune, certamente meritevole, è l’obiettivo di sanare la filiera, oppure tutelare i lavoratori, in un momento in cui il tema dello sfruttamento del lavoro è diventato centrale. Tuttavia, ritengo sia necessario fornire alle aziende quadri normativi certi, stabilendo meglio tempi e modalità di lavoro anche per categorie nuove, e definire ex ante quando il rapporto è subordinato o meno. Anche le imprese hanno bisogno di coordinate chiare per mettersi in regola.

Considerando i gravi livelli di sfruttamento che sono emersi, non crede che, al di là delle norme, la consapevolezza del caporalato ci fosse? Guardiamo per esempio il lavoro dei rider, come emerge dagli ultimi casi “Glovo” e “Deliveroo”.

Non mi sentirei di affermare che vi fosse una vera e propria consapevolezza del caporalato. In ogni caso, non parlerei di un fenomeno comune a tutti i player del settore. Ciò che viene contestato è la prevalenza della qualificazione formale del rapporto su quella sostanziale, con la conseguenza che alcune piattaforme pare continuino a evitare l’applicazione delle tutele minime di legge, trasformando questa circostanza in una sorta di leva competitiva, a discapito di quelle realtà che, invece, hanno adottato un approccio più rigoroso. Esistono aziende (come Just Eat, ndr) che, a mio avviso, hanno intrapreso un percorso virtuoso, inquadrando espressamente i lavoratori come dipendenti e riconoscendo loro i relativi diritti. L’azione giudiziaria della Procura, convalidata dal Gip, sta producendo, di fatto, un effetto di livellamento della concorrenza, che impone alle aziende un percorso comune di crescita.

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