Anche nel 2025 è rimasto in vigore il cosiddetto “scudo erariale”, la norma introdotta durante la pandemia che limita la responsabilità amministrativa dei funzionari pubblici davanti alla Corte dei Conti. Lo ha ricordato il presidente della Corte, Guido Carlino, nella relazione presentata per l’inaugurazione dell’anno giudiziario 2026, alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Lo scudo prevede che i soggetti sottoposti alla giurisdizione della Corte dei Conti rispondano per danno erariale solo nei casi di dolo, cioè quando il danno è intenzionale, e di colpa grave omissiva, escludendo invece le condotte attive, anche se gravemente imprudenti. In sostanza, riduce l’area di responsabilità dei dirigenti e degli amministratori pubblici rispetto al regime ordinario.
La norma era stata pensata come misura ‘emergenziale’. Durante la fase più acuta della pandemia, il governo sostenne che la paura di essere chiamati a rispondere davanti alla Corte dei Conti potesse rallentare le decisioni della pubblica amministrazione, soprattutto in un momento in cui servivano atti rapidi per gestire l’emergenza sanitaria ed economica. L’idea era che limitare temporaneamente la responsabilità avrebbe ridotto quella che veniva definita ‘paura della firma’, cioè la tendenza dei funzionari a evitare decisioni rischiose per timore di conseguenze giudiziarie.
Quella misura, però, è stata prorogata per diversi anni, trasformandosi di fatto in una disciplina di lungo periodo.
Nella sua relazione, Carlino ha sottolineato che dopo quasi sei anni di applicazione non esiste “alcuna evidenza” di benefici in termini di maggiore celerità o efficienza dell’azione amministrativa. Il presidente della Corte ha aggiunto che solo riforme strutturali, e non interventi temporanei sulla responsabilità, possono incidere davvero sulla funzionalità della pubblica amministrazione.
Le parole di Carlino si inseriscono in un rapporto da tempo complicato tra magistratura contabile e governo. Negli ultimi anni diversi esponenti dell’esecutivo e della maggioranza hanno criticato l’azione della Corte dei Conti, sostenendo che controlli troppo penetranti e il timore di sanzioni possano frenare l’attuazione dei programmi di spesa, compresi quelli legati al PNRR. La Corte, al contrario, rivendica il proprio ruolo di garanzia sull’uso delle risorse pubbliche e mette in guardia dal rischio che un’eccessiva compressione della responsabilità possa indebolire i meccanismi di controllo.
Il punto di tensione è politico oltre che giuridico: da una parte c’è l’esigenza, rivendicata dal governo, di velocizzare le procedure e rendere più efficace la macchina amministrativa; dall’altra c’è la funzione costituzionale della Corte, che è chiamata a vigilare sulla corretta gestione del denaro pubblico. La discussione sullo scudo erariale è diventata così uno dei simboli di questo equilibrio delicato tra rapidità dell’azione e tutela dell’interesse erariale.








