Le elezioni di metà mandato hanno consegnato ai democratici la maggioranza alla Camera e al Senato. Per Donald Trump è una sconfitta che incrina anche il patto con la Silicon Valley, celebrato due anni fa con i tycoon del digitale schierati all’insediamento. Che cosa cambia ora per l’intelligenza artificiale, per l’Europa e nella sfida con la Cina? Ne parliamo con Michele Mezza, giornalista e saggista, studioso del rapporto tra algoritmi e potere. 

1. Fine dei «templari digitali»? 

Professor Mezza, i democratici hanno vinto in modo netto e ora hanno la maggioranza sia alla Camera sia al Senato. Lei vede in questo voto una svolta nel rapporto tra Stato e tecnologia che Trump aveva inaugurato due anni fa, con l’immagine dei magnati del digitale schierati alla sua cerimonia d’insediamento. Questa stagione è davvero finita, o è solo una battuta d’arresto? 

Io vedo innanzitutto un cambio radicale di una visione che prima, in maniera univoca e totalitaria, presupponeva una completa integrazione fra gli interessi dei grandi gruppi della Silicon Valley e le strategie del governo americano. Oggi, dopo il tracollo elettorale di Trump, si deve resettare l’intera narrazione che era stata simboleggiata il giorno dell’insediamento del presidente con la famosa fotografia dei grandi tycoon digitali tutti sottomessi al nuovo monarca. Su che cosa sostituirà questa narrazione, invece, sarei più cauto. I nuovi democratici sono tante cose, e alcune anche contraddittorie fra loro. Pensiamo a Bernie Sanders, il più tenace oppositore di Trump, che in materia tecnologica caldeggia la stessa strategia della Casa Bianca, con una nazionalizzazione parziale delle imprese delle intelligenze artificiali. Altri esponenti del partito blu puntano invece a riprendere il ragionamento del precedente presidente Joe Biden, che nel suo ultimo ordine esecutivo, firmato pochi giorni prima delle elezioni e subito abrogato da Trump una volta entrato nello Studio Ovale, parlava di dati e algoritmi come beni sociali che dovevano essere funzionali al progresso del Paese e integrarsi con i servizi pubblici. Sicuramente quello che è finito è l’idea che lo Stato sia solo un paravento degli affari privati e che le grandi imprese come quelle di Elon Musk, Peter Thiel o Sam Altman possano sostituirsi alle strategie pubbliche, sia in pace sia in guerra. 

2. La bolla e le urne 

Lei ha scritto che i recenti cali in Borsa dei titoli legati all’intelligenza artificiale non segnalavano tanto lo scoppio della famosa «bolla», quanto un’anticipazione del risultato elettorale. Che cosa avevano capito i mercati prima degli elettori? E quanto è fragile un modello fondato su investimenti circolari e sulla spesa militare pubblica? 

Sappiamo bene che i grandi investitori hanno a disposizione sofisticati e sensibilissimi sistemi di rilevamento, capaci di intercettare in anticipo i pronunciamenti popolari. Un movimento di tale forza e pervasività, quale è stato il voto per i democratici, ha avuto diverse avvisaglie: sia reali, come l’iscrizione alle liste elettorali e la mobilitazione materiale di grandi masse di volontari, sia virtuali, con il dibattito in rete che è stato tracciato e decifrato dagli analisti di Wall Street. Poi ci sono gli strumenti ibridi, come ad esempio Polymarket, quell’apparato di scommesse private che ormai in molti campi sta sostituendo i sondaggi tradizionali: le quotazioni di Polymarket o di Kalshi, l’altra piattaforma, puntavano decisamente sulla sconfitta di Trump. Sulla bolla, invece, io sono molto scettico e credo che non sia assolutamente all’orizzonte una crisi finanziaria del mercato tecnologico. È troppo diffuso, e ormai materialmente combinato con tutti i settori portanti dell’economia, per immaginare che qualcuno voglia giocare con il fuoco e spingere al ribasso quei titoli.

3. Il Congresso e la spesa tecnologica 

Trump può ancora mettere il veto alle leggi, ma un Congresso interamente democratico può congelare le sue decisioni di spesa, a partire da quelle militari e tecnologiche. Cosa succede concretamente ai grandi contratti tra Pentagono e aziende dell’AI? E cosa intende con «un nuovo principio di preminenza pubblica» nelle relazioni sociali digitali? 

Qui si annuncia un vero e proprio braccio di ferro, che potrebbe danneggiare gravemente l’apparato pubblico americano, a partire dai suoi sistemi di difesa. Sicuramente – ed è questa la variabile che rischia invece di produrre una recessione, in un anno in cui erano annunciate grandi quotazioni in Borsa come quelle di OpenAI e Anthropic – volge al termine l’idea che il bilancio pubblico possa essere un salvadanaio per sostenere le acrobazie della Silicon Valley. Si cambia scena, e tutto sarà contrattato al Congresso. Il problema riguarda ora quei progetti e affidamenti che, in molti campi, dal Pentagono alla sanità, vedono la pubblica amministrazione americana delegare completamente ai gruppi privati non solo le forniture, ma anche le strategie e i modelli applicativi. Qui i democratici dovranno bonificare molto, cambiando le ruote al treno senza fermarlo. 

4. L’eredità di Biden 

Lei invita a rileggere l’ordine esecutivo di Biden sull’intelligenza artificiale, leggendovi principi come i dati intesi come beni comuni e gli algoritmi come evoluzione del general intellect marxiano. Non è una lettura generosa di un testo nato soprattutto per gestire i rischi e la sicurezza? Su quali basi pensa che possa tornare d’attualità? 

Il general intellect non è solo un concetto marxiano, ma anche una categoria tipica del mercato, tanto è vero che gli algoritmi non sono brevettabili proprio perché appaiono come il risultato di un’evoluzione della conoscenza collettiva. L’ordine di Biden era, forse persino a sua insaputa, un passaggio che cambiava radicalmente la struttura e la natura del mercato digitale. Non a caso, in conseguenza di quella decisione, il grosso della Silicon Valley passò armi e bagagli sotto le insegne di Trump. Con quel documento si voleva agganciare la materia delle intelligenze artificiali al concetto di pubblico servizio che Obama aveva elaborato per il suo disegno di Medicare. E oggi, se si deve trovare una visione alternativa alla privatizzazione di risorse e profitti, è proprio quel testo che dota gli Stati Uniti di una strategia in grado di competere con il soft power cinese. 

5. L’Europa e le regole 

Con una Washington «meno complice», Bruxelles potrebbe applicare le sue regole senza temere ritorsioni dalla Casa Bianca. L’Europa è pronta a cogliere questa occasione, o rischia di sprecarla di nuovo? E la Silicon Valley può davvero riavvicinarsi al Vecchio continente? 

Paradossalmente, ora che si è sbloccato il gigante americano, è proprio l’Europa ad apparire titubante. Ancora nelle settimane scorse è stato sospeso e rallentato il sistema normativo del GDPR, che regola la gestione dei dati da parte delle grandi imprese. In Europa siamo in una lunga vigilia elettorale che potrebbe mutare il volto della comunità, riducendo il peso delle forze più interessate a una sovranità digitale continentale. D’altra parte c’è la pressione cinese, che sta allagando il mercato con le sue offerte di prodotti di AI a costi bassissimi e in regime di open source, o meglio di open weight: un protocollo che limita gli accessi ai codici sorgenti, autorizzando quelli ai pesi che caratterizzano l’addestramento dei sistemi generativi. In questo gioco l’Europa potrebbe diventare un partner delle imprese americane, regolandone lo strapotere sui dati e imponendo un regime di condivisione e negoziazione degli algoritmi. 

6. Le profezie di apocalisse e il convitato di pietra cinese 

Restano in campo Altman, Amodei e Google. Lei definisce i loro allarmi sull’apocalisse una sorta di «assicurazione sulla vita», che in realtà nasconderebbe la paura di un sorpasso cinese. Intanto Pechino punta sui modelli aperti. Può l’open source diventare la leva con cui la Cina conquista i mercati occidentali, mentre gli americani restano chiusi nei modelli proprietari? 

Come dicevo prima, i cinesi hanno abbracciato questa strategia suadente e ammiccante, che solletica i sistemi industriali dei Paesi europei, ma non senza insidie. Qualcuno dice che l’apertura dei loro software sarebbe solo apparente e in realtà nasconderebbe tecniche di tracciamento e profilazione degli utenti. Sicuramente la Cina ha fatto la mossa del cavallo, spiazzando l’intero mercato occidentale. Ora bisogna capire se davvero le tecnologie di AI possono rimanere compresse nei regimi di proprietà privata, con gli insostenibili costi di addestramento, oppure se il valore aggiunto potrà spostarsi sulle applicazioni, lasciando liberi gli artigiani del mondo di intervenire sui processi di distillazione e di addestramento decentrato delle AI. 

La politica, nei prossimi mesi, sarà inevitabilmente legata a questo dualismo.

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