Carciofi egiziani che diventano romaneschi, tonnellate di passata di pomodoro di provenienza cinese o bulgara che, manco a dirlo, diventano made in Italy, tonnellate di riso in arrivo dall’Asia che inondano il mercato dell’Italia, primo produttore di riso in Europa e – immancabili – tonnellate di olio d’oliva di provenienza greca o tunisina che diventano extravergine italiano senza esserlo e, talvolta, senza neanche essere extravergine.
Tutti prodotti la cui origine è stata accertata dalle forze dell’ordine ma che, nella pratica, viaggiano senza documenti di tracciabilità e per questo, come emerso in più di un caso, pronti a essere “nazionalizzati” ovvero ri-etichettati come italiani e poi immessi sul mercato senza che i consumatori siano messi nella condizione di identificarne la provenienza, esercitando inoltre una concorrenza sleale nei confronti di imprese che italiane lo sono davvero.
Aumentano i casi di concorrenza sleale
Merci che in qualche caso, come in quello dell’olio d’oliva, arrivano anche a colmare un vuoto d’offerta della produzione nazionale (insufficiente rispetto al fabbisogno) ma in altri, come nel caso dei carciofi egiziani importati nel pieno della campagna dei carciofi italiani, finiscono solo per provocare, come spesso denunciato dagli agricoltori, una pressione al ribasso sui prezzi.
I risultati del lavoro della cabina di regìa sui controlli
Sono alcuni dei casi di prodotti agroalimentari irregolari bloccati dalle forze dell’ordine nell’ultimo anno e comunicati a valle della riunione della cabina di regìa nazionale, il coordinamento che coinvolge Ispettorato controllo qualità, Carabinieri (Forestali e Nas), Capitanerie di Porto, Guardia di Finanza, Agenzia delle Dogane e Monopoli, Agea e Polizia di Stato).
L’obiettivo non è impedire l’import ma tutelare il made in Italy
«Il punto – ha chiarito subito il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida – non è certo quello di impedire il flusso di importazioni. Noi restiamo a favore del libero mercato. Ma vogliamo anche che siano assicurate pari condizioni concorrenziali, che i prodotti, per quanto possibile, siano realizzati seguendo le medesime norme produttive e che, merci di origine straniera, non vengano poi commercializzate come italiane mettendo in atto una concorrenza sleale nei confronti delle imprese nazionali».










