La corsa non è finita. Anzi. I paletti introdotti progressivamente ai crediti d’imposta destinati a contribuenti persone fisiche e imprese non hanno avuto un effetto immediato sull’andamento delle compensazioni. Il bilancio del 2025 (ancora parziale perché manca all’appello il dato di dicembre, atteso per il prossimo 5 marzo) fa segnare un’ulteriore crescita degli importi utilizzati nel modello F24 per abbattere il conto delle altre imposte dovute. Rispetto all’identico periodo del 2024 (gennaio-novembre) l’incremento è di quasi 2,8 miliardi di euro (+5,5%) mentre nel confronto sul 2023 lo spread è ancora più ampio: quasi 4,3 miliardi (+8,8%).
Ma è il dato in valore assoluto a far capire l’ordine delle grandezze in campo: oltre 53 miliardi di euro. Un dato in cui i due maggiori “azionisti” sono rappresentati dalle imposte dirette (e in particolare dall’Irpef) con il 55,2% e dall’Iva con il 42,5%, mentre la quota residua (2,3%) fa riferimento alle entrate territoriali. Naturalmente si tratta di una composizione che è il riflesso delle imposte che pesano maggiormente nel paniere delle entrate tributarie, quindi è ragionevole che poi anche l’utilizzo dei crediti sia più diffuso in relazione a questi tipi di prelievi fiscali.
Eppure dietro la dinamica ancora in crescita delle compensazioni ci sono ragioni strutturali e altre che si sono inserite in questo contesto. Una spiegazione del perché l’utilizzo di crediti sia così diffusi è possibile rintracciarlo nell’analisi che la Corte dei conti ha effettuato nell’ultima relazione sul rendiconto generale dello Stato. Il peso significativo che continuano ad avere le compensazioni delle imposte sui redditi «è attribuibile soprattutto alla loro intrinseca natura, contraddistinta da un’ampia diffusione di anticipazioni tramite ritenute e acconti», sottolineano i giudici contabili. Mentre nel caso delle compensazioni Iva, «la spiegazione principale va ricercata nella struttura del tributo e nel sistema delle aliquote adottato in Italia, cui si aggiunge la rilevanza del fenomeno evasivo, che può avvalersi di crediti non giustificati o addirittura fittizi». Dunque un sistema eterogeneo che, da un lato, favorisce la creazione di crediti sulla stessa imposta e, dall’altro, nonostante le tante sentinelle introdotte nel tempo in chiave antisommerso è ancora troppo permeabile alla commissione di illeciti. Fin qui la componente strutturale dei dati, che spiega perché l’asticella del volume delle compensazioni si sia mantenuta in alto. Ma farlo ulteriormente aumentare sono le componenti straordinarie, in particolar modo le agevolazioni previste ed erogate sotto forma di crediti d’imposta. È ancora l’effetto delle misure straordinarie varate per uscire dalla crisi economica prodotta dalla pandemia. L’onda lunga dei bonus edilizi trasformati in moneta fiscale attraverso cessione del credito e sconti in fattura si riverbera ancora sull’indicazione dei crediti F24. Mentre per quanto riguarda le misure a sostegno degli investimenti l’ultima manovra ha sancito di fatto un ritorno a uno strumento agevolativo come l’iperammortamento, che passa però dalla dichiarazione dei redditi e non è più collegato all’immediata spendibilità sotto forma di credito d’imposta. Anche se soprattutto i tax credit 4.0 e 5.0 sono stati accompagnati da un apparato di comunicazioni, attestazioni e appesantimenti burocratici che ne hanno fortemente limitato l’appeal in termini di aiuto fiscale pronto all’uso. Ma, nonostante questo, chi ne ha maturato il diritto ha cercato di impiegarlo quanto prima in compensazione, per cui un effetto sul dato complessivo di sicuro c’è stato.
La dinamica in crescita spiega poi perché si stia cercando in via legislativa di delimitare il campo di utilizzo. Nel Ddl di Bilancio erano previsti due interventi. Uno è rimasto nel testo finale e riguarda la riduzione da 100mila a 50mila euro dei debiti iscritti a ruolo non pagati che fanno scattare la preclusione all’utilizzo di crediti in F24. L’altro sarebbe dovuto scattare dal 1° luglio e avrebbe chiuso le porte all’utilizzo di crediti agevolativi per saldare i contributi previdenziali, di fatto andando a colpire quei bonus ancora a disposizione delle imprese proprio per la stagione degli sconti fiscali collegati a superbonus e altri lavori edilizi e quelli collegati a investimenti in beni strumentali. Anche per non determinare una penalizzazione generalizzata la scelta è stata quella di fare una marcia indietro.
Resta però la forte attenzione dell’amministrazione finanziaria sui controlli sui crediti d’imposta, proprio per frenare i casi di indebito utilizzo. Nel 2024 sono stati oltre 13mila le verifiche effettuate dalle Entrate con un incremento del 48,2% sull’anno precedente e di quasi l’82% sul 2018.










