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Home » Da Bruxelles passo avanti, a Roma non basta Difesa, il Governo prende tempo sul prestito
Economia

Da Bruxelles passo avanti, a Roma non basta Difesa, il Governo prende tempo sul prestito

Sala StampaDi Sala StampaMaggio 29, 20263 min di lettura
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Da Bruxelles passo avanti, a Roma non basta Difesa, il Governo prende tempo sul prestito

ROMA – Giorgia Meloni continua a legare a doppio filo le due emergenze generate da crisi energetica e riarmo. «Non possiamo dire ai cittadini che i soldi ci sono solo per la difesa», ha rincarato ieri ospite di Mattino Cinque, rilanciando una strategia che pretende una soluzione europea sui margini di bilancio da dedicare al caro energia prima di fare qualsiasi passo in avanti sulla strada dell’aumento delle spese militari.

La scelta di prendere altro tempo sugli investimenti in sicurezza e armi è stata al centro anche di una riunione mercoledì a Palazzo Chigi con i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, il titolare della Difesa Guido Crosetto, il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari e i consiglieri di Meloni. A quanto risulta da più fonti, in quella sede si sarebbe deciso di rinviare ancora l’adesione finale al programma Safe, il prestito Ue da 14,9 miliardi che l’Italia aveva “prenotato” l’estate scorsa. Uno slittamento motivato anche con il fatto che, nella lettura del Governo, il regolamento del Safe non fisserebbe il 31 maggio come scadenza perentoria per la firma dell’accordo per attivare il piano di investimento presentato.

Tra le opzioni sul tavolo c’è anche quella segnalata da Tajani come «decisione già presa da tutto il governo e tutta la coalizione del centrodestra» di «chiedere di meno (rispetto ai 14,9 miliardi, ndr) soltanto per realizzare progetti per i quali ci sono già contratti firmati e non si possono non realizzare». L’ipotesi evocata dal vicepremier suscita qualche perplessità sul piano tecnico e riaccende i malumori del Governo dopo che a più riprese Crosetto aveva sollecitato a Giorgetti e alla stessa Meloni chiarezza sulla strada da imboccare. Una certa distanza sembra evidente anche sulla ricaduta operativa dell’eventuale attivazione del Safe che, nella lettura più volte ribadita dal ministro dell’Economia, si tradurrebbe semplicemente in un finanziamento a costi minori di spese già previste dai tendenziali di finanza pubblica e fin qui coperte con i, più costosi, titoli di Stato domestici. In questa chiave nemmeno la firma ufficiale in calce alla richiesta di prestito andrebbe incontro alla necessità di investimenti aggiuntivi rilanciata in diverse occasioni dal titolare della Difesa.

In ogni caso, senza risposte sull’energia la strada della difesa sembra chiusa da insuperabili ragioni di consenso. In questa chiave, le indicazioni arrivate ieri dal vicepresidente esecutivo della Commissione europea, Raffaele Fitto, l’uomo di Fdi a Bruxelles, fedelissimo di Meloni, sono considerate un’evoluzione positiva ma ancora non sufficiente. Il “metodo Fitto” delle rimodulazioni, sperimentato con i fondi del Pnrr e già con la stessa Coesione (dei 35 miliardi riprogrammati 7 sono quelli italiani), si è rivelato effettivamente per Roma un’ancora di salvataggio. Però imporrebbe un nuovo negoziato con le Regioni per sottrarre una quota di risorse da destinare alla priorità dell’energia. Mentre un’apertura su forme di flessibilità ulteriori a livello europeo offrirebbe nuovi spazi di bilancio senza dover trattare con nessuno. La risposta di Ursula von der Leyen alla lettera di Meloni è attesa il 3 giugno, insieme al pacchetto di primavera che conterrà anche la valutazione finale sui conti 2025 e le nuove Raccomandazioni Paese. Da lì si capiranno anche gli eventuali margini impliciti nelle regole europee vigenti. Che in ogni caso offrirebbero molto meno rispetto ad alcune ipotesi multimiliardarie fatte circolare nei giorni scorsi.

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