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Home » Difesa al centro dell’agenda 2026: obiettivo 12 miliardi entro il 2028
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Difesa al centro dell’agenda 2026: obiettivo 12 miliardi entro il 2028

Sala StampaDi Sala StampaGennaio 8, 20263 min di lettura
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Difesa al centro dell’agenda 2026: obiettivo 12 miliardi entro il 2028

Il decreto armi che ha chiuso l’attività 2025 del Consiglio dei ministri andrà convertito in legge entro la fine di febbraio. Ma presto Camera e Senato saranno convocati anche per discutere «la pianificazione della spesa militare aggiuntiva» che il Governo si è «impegnato a sottoporre al Parlamento in tempi rapidi, presumibilmente all’inizio del prossimo esercizio finanziario», come si legge a pagina 63 del Documento programmatico di finanza pubblica approvato dal Consiglio dei ministri il 2 ottobre 2025. In quel documento, su cui le Camere dovrebbero esprimersi con una risoluzione, ci sarà anche «una stima delle ricadute sull’economia» attese dalla spesa militare extra, che solo in parte coinvolgerà l’industria nazionale; con piani già in via di definizione, in particolare con le società partecipate dal Tesoro attive nel settore.

La precondizione per l’aumento ulteriore del peso della difesa nel bilancio pubblico è l’uscita anticipata dalla procedura Ue per disavanzi eccessivi, che sarà certificata da Eurostat ad aprile con il calcolo definitivo del deficit 2025 sotto al 3% del Pil (fin qui le stime discusse a Bruxelles hanno parlato del 2,98%).

L’addio alla procedura permette infatti di escludere l’impegno finanziario aggiuntivo dai vincoli del Patto Ue sulla spesa primaria netta, evitando alla finanza pubblica il nodo gordiano in cui ogni aumento di uscite in armi e cybersicurezza sottrarrebbe margini equivalenti alle altre voci, dalla sanità al welfare. Ma lo scorporo contabile non è una liberazione dai vincoli di realtà, e in particolare dalla necessità di emettere titoli di Stato aggiuntivi per finanziare le nuove spese. Anche per questo il piano studiato al ministero dell’Economia delinea una crescita graduale degli impegni extra, che dallo 0,15% del Pil (3,5 miliardi) ipotizzato per quest’anno arriva nei dintorni dei 12 miliardi (0,5% del Pil) solo nel 2028. Questo cammino a tappe eviterebbe al disavanzo complessivo (compresa la quota «scorporata») di tornare nei prossimi anni sopra il 3% del Pil, a conferma del fatto che i dettagli contabili hanno un valore relativo quando si tratta di rivolgersi ai mercati per chiedere soldi in prestito. Quella indicata è una «proiezione realistica», rivendica il programma di finanza pubblica, pensata tenendo in considerazione anche «i necessari tempi di adeguamento della capacità produttiva», che consigliano di evitare «brusche accelerazioni» di una spesa altrimenti destinata in larghissima parte a committenti esteri.

Altrettanto complesso è l’avvio effettivo del «Safe», che ha l’obiettivo di alimentare appalti comuni fra almeno due Paesi (salvo deroghe) per costruire un primo abbozzo di difesa integrata a livello Ue. Resta da capire quanto dei piani già costruiti dall’Italia possa agganciare questa forma di finanziamento alternativa, ricca di condizionalità come capita sempre agli strumenti comunitari: caratteristiche che ne fanno un «Pnrr del razzo», come da definizione del leghista Claudio Borghi, efficace anche nel far trasparire lo scarso entusiamo nutrito nel Carroccio.

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