Il Governo italiano si appresta ad approvare, dopo un lungo processo di consultazione pubblica, il Piano nazionale per l’economia sociale. Un atto di grande rilevanza politica, con cui l’Italia si unisce al gruppo dei dieci Stati membri che hanno già adottato una strategia nazionale, come previsto dalla Raccomandazione europea di novembre 2023. Altri undici si apprestano a farlo in questi mesi, dando compimento alla vigorosa azione politica intrapresa dalla Commissione europea con il Social economy action plan approvato nel 2021, esso stesso erede di un lungo percorso di elaborazione culturale e politica che iniziò nel 2011 con la Social business initiative del Commissario Barnier.
Un riconoscimento meritato
Il paradosso è che questo importante risultato si realizza proprio nel momento in cui un’inversione straordinariamente repentina dello spirito dei tempi sta inducendo la Commissione europea a rivedere frettolosamente le proprie priorità in direzione opposta, vanificando quella preziosa conquista politica e culturale che aveva portato al riconoscimento del valore non solo riparativo, ma anche economico, produttivo e industriale dell’economia sociale. Un riconoscimento che culminò nell’identificazione dell’economia sociale e di prossimità tra i quattordici ecosistemi industriali su cui poggiava la nuova strategia industriale della Commissione. Il riorientamento delle priorità di politica industriale europea, nel solco del Rapporto Draghi, verso approcci più tradizionali e muscolari, alimentati dalla nuova popolarità delle politiche di riarmo e difesa, rende ancora più importante, oggi, che gli Stati membri adottino, con determinazione e con risorse adeguate, un’azione politica volta a consolidare l’economia sociale come infrastruttura cardine per la crescita economica e la coesione sociale. Un ruolo che, in verità, non dovrebbe essere rivendicato, ma semplicemente constatato, alla luce delle ampie evidenze che mostrano, ad esempio, che l’economia sociale, con quasi mille miliardi di fatturato e 12 milioni di occupati, rappresenta il 6% dell’occupazione totale e una percentuale del Pil europeo stimata tra il 6% e il 7 per cento.
I benefici
Il Piano nazionale riconosce ampiamente questo ruolo e, per ampiezza e ambizioni, è certamente adeguato alla missione politica cui risponde. Se l’attuazione sarà altrettanto incisiva, il Piano potrà inaugurare una nuova generazione di politiche ispirate alla sintesi virtuosa tra coesione sociale e sviluppo economico del Paese. In un’epoca segnata da crescenti disuguaglianze, crisi ambientali e trasformazioni del mercato del lavoro, l’economia sociale rappresenta un laboratorio di innovazione economica e sociale capace di coniugare strumenti e logiche dell’economia di mercato con i valori fondamentali della solidarietà, della cooperazione, del mutualismo, della reciprocità e del volontariato.
Le sfide
In questo laboratorio si affronta oggi una sfida che costituisce una parte importantissima della futura identità europea. All’economia sociale viene richiesto di essere, in prima istanza, riparativa, ovvero di occuparsi dei bisogni delle persone e delle emergenze. In seconda istanza, le si chiede di essere anche fattore di produzione e luogo di creazione di valore economico. Ma, in aggiunta a queste due istanze, cresce oggi anche una terza e più grande aspettativa: che l’economia sociale si faccia infrastruttura civile e democratica e presidio del pluralismo economico. Ci aspettiamo, insomma, una risposta alla crisi di immaginazione che, per dirla con Cornelius Castoriadis o Mark Fisher, ci impedisce di vedere soluzioni istituzionali alternative e ci spinge a considerare le disuguaglianze e il deficit di giustizia sociale come sottoprodotti naturali ed inevitabili del sistema economico. Come scrive Gianluca Salvatori, la desocializzazione e la depoliticizzazione della società hanno creato un vuoto di rappresentanza che si traduce nell’impossibilità per le istituzioni di determinare la direzione e i fini dello sviluppo economico. Il ruolo dell’economia sociale e dei suoi protagonisti è esattamente quello di ricostruire il sottostante di azione politica democratica, attraverso un lavoro di riparazione e di ricostruzione della fiducia, del senso di protagonismo e di partecipazione allo sviluppo.
Il ruolo delle mutue assicurazioni
Anche rispetto alla capacità di essere luogo di immaginazione di alternative, l’economia sociale non ha nulla da dimostrare, perché nella sua storia sono già iscritte alcune grandi innovazioni radicali del modello d’impresa: il movimento cooperativo, l’impresa sociale e le mutue assicurazioni. Queste ultime, nate per garantire protezione e sicurezza ai propri membri attraverso meccanismi di solidarietà, rappresentano una forma storica di economia sociale oggi più che mai attuale. Una forma di impresa che oggi rivendica per sé un ruolo centrale nei piani di economia sociale, come ampiamente riconosciuto dalla stessa Commissione europea. Legittimamente, perché con 509 miliardi di premi incassati, le mutue assicurazioni rappresentano oggi un terzo del mercato assicurativo europeo, dando impiego a quasi mezzo milione di persone. Senza scopo di lucro, le Mutue operano nell’interesse dei soci e promuovono equità nell’accesso alla protezione sociale, soprattutto in ambiti come la sanità integrativa e la previdenza. In tal senso, esse svolgono un ruolo di riparazione e di riconnessione del tessuto sociale, colmando molte lacune nei sistemi di welfare. Per questo, le Mutue assicurazioni costituiscono una componente rilevantissima del sistema economico ma anche, nel senso sopra descritto, una fondamentale infrastruttura civile e democratica di rappresentanza degli individui e delle comunità e di risposta sistemica ai bisogni, incarnando il senso più profondamente politico e istituzionale dell’economia sociale.











