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Home » Ex Ilva, Gozzi: imprese interessate a fare una cordata italiana
Economia

Ex Ilva, Gozzi: imprese interessate a fare una cordata italiana

Sala StampaDi Sala StampaAgosto 11, 20264 min di lettura
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Ex Ilva, Gozzi: imprese interessate a fare una cordata italiana

L’industria italiana dell’acciaio risponde alla chiamata per il rilancio dell’ex Ilva. Tra i protagonisti della filiera interessati a varare un’iniziativa per il futuro del complesso siderurgico ci sono «quasi tutti», secondo le parole del presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, che ieri ha aggiunto: «abbiamo dato disponibilità immediata per un confronto». Il tema è la formazione di una cordata di imprenditori per rilevare gli impianti, unica condizione – agli occhi del Governo Meloni e del sistema industriale – perché quel (poco) che resta della prima acciaieria italiana non finisca in mano a Jindal, che ne farebbe il minuscolo appoggio produttivo nel cuore del Mediterraneo e il grande varco per il mercato europeo della sua attività siderurgica in Oman.

Ieri mattina si è svolto il comitato di presidenza di Federacciai. La nota emessa a pochi minuti dalla fine dell’incontro è stata stringata: «il consiglio di presidenza – si legge – ha dato mandato al presidente Antonio Gozzi di trasmettere agli enti competenti, in nome e per conto di un gruppo di aziende che hanno già manifestato il proprio interesse a partecipare all’iniziativa, e di quelle che potrebbero aggregarsi nei prossimi giorni, una manifestazione di interesse subordinata alla verifica di una serie di condizioni abilitanti, necessarie a consentire l’intervento industriale. Il consiglio ha inoltre dato mandato al presidente di verificare con il governo l’esistenza di tali condizioni». Le parole rilanciate dallo stesso Gozzi, a margine dell’incontro, confermano che la realtà è in ebollizione. A quanto risulta al Sole-24 Ore, che ha consultato più fonti, avrebbero dato assenso alla partecipazione – subordinata alla verifica della sussistenza delle condizioni – alcuni fra i maggiori gruppi italiani: oltre alla Duferco della famiglia Gozzi, ci sarebbero il gruppo Marcegaglia guidato da Emma e Antonio, gli Arvedi (il fondatore Giovanni e il suo erede, il nipote Mario Caldonazzo), Alfa Acciai delle famiglie Lonati e Stabiumi, la Dalmine dei Rocca, la Feralpi guidata da Beppe Pasini, le Acciaierie Venete del prossimo presidente di Federacciai Alessandro Banzato, il gruppo Eusider della famiglia Anghileri. Ciascuno ha i propri distinguo e le proprie sfumature. Ma l’ossatura principale – a cui potrebbero aggiungersi altri elementi in questi giorni, potenzialmente con spazio a tutti gli elementi della filiera – dovrebbe essere questa. A quanto risulta al Sole-24 Ore, mancherebbero solo tre nomi importanti del sistema italiano: la famiglia Riva, cui il combinato disposto magistratura-politica ha tolto l’azienda dopo gli arresti e i sequestri di 15 anni fa, gli Amenduni (anche loro, seppur in forma meno drammatica, parte in causa dell’affaire Ilva, come soci di minoranza dei Riva) e Cogne Acciai Speciali.

Dalla riunione di ieri mattina, durata poco meno di un’ora, è emerso che il veicolo con cui eventualmente fare prima la manifestazione di interesse non vincolante e poi un’ipotetica offerta non è stato ancora identificato. In questi anni, però, Federacciai ha dimostrato la capacità di muoversi in maniera consortile, anche in tempi rapidi, per raggiungere obiettivi mirati: è successo, per esempio, con il consorzio Metal interconnector, attivo sull’energia. La discussione ha portato a un dato strategico importante: per tutti la convinzione è di avere una Ilva in grado di produrre 6 milioni di tonnellate all’anno, garantendo così il ciclo bramme-coils con il doppio vantaggio di rendere la società oggi decrepita di nuovo profittevole e di ridurre – esternalità positiva essenziale – la dipendenza del tessuto produttivo italiano dall’importazione. Cosa peraltro gradita al Governo Meloni, perché eviterebbe il rischio della mini-mini-Ilva indiana. Un approccio, questo, che troverebbe terreno fertile in questo particolare momento di mercato, con un’ampia disponibilità di bramme in un contesto in cui invece i coils finiti extraeuropei sono gravati dagli oneri previsti dalla nuova Salvaguardia comunitaria, con i crescenti dazi imposti da Bruxelles.

Ora Antonio Gozzi dovrà fare girare la palla. In particolare, sul tema della agibilità: sul costo dell’energia, sul quantum dei finanziamenti pubblici, sui tempi industriali. Espunto dal campo di gioco l’ingombrante argomento dell’area a caldo, ora un’eventuale operazione di sistema può essere messa a terra con maggiore linearità, anche se restano comunque da verificare aspetti tecnici (capire lo stato dell’arte degli impianti), legali, gestionali e logistici. A quanto risulta al Sole-24 Ore, le lancette corrono veloci: Palazzo Chigi si aspetterebbe per fine agosto un primo riscontro sulla concreta possibilità di una cordata nazionale o su un educato rifiuto da parte degli imprenditori.

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